In una drammatica escalation delle tensioni tra Mosca e le istituzioni di diritto internazionale, la Federazione Russa ha emesso una condanna in contumacia di 15 anni di carcere nei confronti del giudice italiano Rosario Salvatore Aitala, figura di primo piano della Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’Aja, per il ruolo che ha avuto nel mandato d’arresto internazionale nei confronti del presidente russo Vladimir Putin. Altre otto figure giudiziarie della CPI sono state condannate nello stesso procedimento da un tribunale di Mosca, e tutte appaiono ora su una lista di persone “ricercate” dalle autorità russe.
Chi è il giudice Rosario Salvatore Aitala
Rosario Salvatore Aitala è un magistrato italiano internazionale di grande esperienza e attuale primo vicepresidente della Corte Penale Internazionale, l’organo giudiziario permanente istituito dal Trattato di Roma per perseguire i crimini più gravi che offendono la coscienza dell’umanità: genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La CPI è composta da giudici provenienti da diversi Paesi e opera in modo indipendente e imparziale per garantire responsabilità e giustizia, in particolare quando le autorità nazionali non sono in grado o non vogliono perseguire tali crimini.
Nel corso della sua carriera alla CPI, Aitala ha partecipato a importanti decisioni giudiziarie, tra cui il mandato di arresto emesso contro il presidente Vladimir Putin e altri alti funzionari russi nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina.
Che cos’è la Corte Penale Internazionale
La Corte Penale Internazionale è un tribunale internazionale permanente istituito dal Statuto di Roma (entrato in vigore nel 2002) per perseguire e giudicare i responsabili dei più gravi crimini internazionali. La CPI è indipendente da qualsiasi Stato e non è parte delle Nazioni Unite, pur collaborando con essa e con altri organismi internazionali. Essa interviene quando i sistemi giudiziari nazionali non perseguono adeguatamente queste violazioni. La sua missione è tutelare il diritto internazionale e contribuire alla pace e alla sicurezza globale attraverso l’applicazione uniforme della legge.
Il mandato di arresto contro Putin
Nel marzo 2023 la CPI ha emesso mandati di arresto internazionale contro Vladimir Putin e contro Maria Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini nella Federazione Russa, con l’accusa di aver ordinato e facilitato la deportazione illegale di minori ucraini nell’ambito del conflitto in Ucraina. Questi atti, secondo la Corte, configurano crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma.
L’emissione di tali mandati da parte della CPI è storica: è la prima volta che la Corte prende una misura di tale rilevanza contro un capo di Stato in carica di una potenza mondiale, segnando un’importante affermazione del diritto internazionale contro l’impunità.
Tuttavia, la Russia ha sempre respinto la giurisdizione della CPI, definendo il mandato “nulla e privo di valore giuridico” e, già nel 2023, aveva avviato un procedimento penale contro i giudici coinvolti, accusandoli di aver “perseguito persone innocenti” e di aver preteso un attacco contro un capo di Stato protetto da immunità internazionali.
Condanna in contumacia e mandato di arresto russo
Il recente provvedimento del tribunale di Mosca emana una sentenza contro Aitala e altri giudici della CPI, con una pena di 15 anni di reclusione e con l’inserimento dei loro nomi nella lista delle persone ricercate dalle autorità russe. Le accuse mosse dal tribunale di Mosca sono di natura pretestuosa rispetto alle norme internazionali: secondo la giustizia russa, i magistrati avrebbero perseguito soggetti “innocenti” e avrebbero compiuto atti di “violenza contro persone che godono di protezione internazionale”.
Gli atti di Mosca includono la diffusione di foto segnaletiche dei giudici come “ricercati”, evidenziando la portata simbolica e di aperta sfida politica di questa decisione.
La reazione dell’Associazione Nazionale Magistrati e la richiesta al Governo
L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), organismo che rappresenta i magistrati italiani, ha reagito con fermezza, chiedendo al Governo italiano di intervenire diplomaticamente presso la Russia per ottenere chiarimenti e tutelare un giudice che opera per un’istituzione internazionale nata anche in Italia (a Roma), “baluardo del diritto a livello mondiale”. L’ANM ha definito la condanna e l’ipotesi di ritorsione “odiosa” e potenzialmente pregiudizievole non solo per Aitala, ma per l’intero sistema giudiziario italiano e internazionale.
La richiesta all’Esecutivo è chiara: l’Italia deve chiedere spiegazioni ufficiali alla Federazione Russa, tutelare i suoi cittadini impegnati in funzioni internazionali e riaffermare la centralità del diritto internazionale nei rapporti diplomatici.
Il pericolo dell’odio verso la magistratura
Questa vicenda contiene un elemento più profondo e insidioso: la svalutazione e l’attacco alle istituzioni giudiziarie. Quando uno Stato tenta di delegittimare e criminalizzare pubblicamente un giudice internazionale per aver applicato norme di diritto penale internazionale, non si tratta semplicemente di una controversia diplomatica. Si tratta di un attacco alla funzione stessa della magistratura, che è centrale per la tutela dei diritti, della legalità e dell’eguaglianza di tutte le persone.
L’odio nei confronti dei giudici è un fenomeno che non riguarda soltanto chi lo subisce: mina la fiducia nelle istituzioni, indebolisce lo stato di diritto e favorisce una cultura in cui i diritti possono essere messi in discussione in base alle convenienze politiche. È un pericolo che riguarda tutte le persone, perché la magistratura, nazionale e internazionale, è la salvaguardia ultima contro abusi, arbitrii e crimini.
La decisione russa, oltre a essere una provocazione politica, può essere letta come un esempio di retorica e pratica di delegittimazione giudiziaria che, se accettata passivamente, rischia di aprire la strada a nuovi attacchi contro chi esercita la giurisdizione in difesa dei diritti fondamentali.
La condanna in contumacia del giudice italiano Aitala da parte delle autorità russe non è un semplice atto giudiziario isolato. È la manifestazione di uno scontro profondo tra ordinamenti basati sul diritto internazionale e azioni che mirano a ridurre al silenzio la giustizia internazionale. L’intervento dell’ANM e l’appello al Governo italiano sottolineano come sia necessario difendere non soltanto la persona di Aitala, ma il principio secondo cui chi applica le norme per punire crimini gravi deve essere protetto e rispettato, non perseguitato.
In una fase storica cruciale per la pace e per la giustizia internazionale, la reazione delle istituzioni democratiche sarà un banco di prova della capacità dell’Occidente e della comunità internazionale di mantenere saldo l’impegno nei confronti del diritto e dei diritti umani.
