«Soliti comunisti, prima o poi vi stermineremo anche in Italia».
Questa frase, scritta da Isacco Cantini, allora coordinatore di Fratelli d’Italia a Empoli, non è rimasta senza conseguenze. A distanza di alcuni giorni dalle polemiche pubbliche, Cantini si è dimesso dal suo incarico. Una notizia che può apparire positiva, ma che non chiude, anzi apre, una riflessione più ampia sullo stato del linguaggio politico e sulla diffusione del discorso d’odio nello spazio pubblico.
Le parole con cui Cantini ha motivato le dimissioni risultano, a loro volta, rivelatrici: «Mi sono reso conto di aver sbagliato e di aver messo in difficoltà il partito». Non un riferimento alle persone colpite, non una riflessione sul significato violento dell’espressione utilizzata, ma una preoccupazione rivolta esclusivamente al danno arrecato all’organizzazione politica di appartenenza. Questo elemento non è marginale: contribuisce a chiarire che il problema non riguarda solo una singola frase, ma una cultura politica in cui l’odio è tollerato finché non diventa un problema di immagine.
Le parole non descrivono semplicemente la realtà, ma la producono; dire “vi stermineremo” non equivale a esprimere un’opinione politica radicale: è un atto linguistico che costruisce l’altro come soggetto eliminabile, fuori dal perimetro della legittimità democratica. Il termine sterminio ha una densità storica e simbolica specifica. Evoca l’annientamento fisico e morale di un gruppo umano ed è legato alle esperienze dei genocidi e dei totalitarismi del Novecento. Il linguaggio dell’annientamento precede spesso la violenza materiale, perché prepara culturalmente la sua accettabilità attraverso la disumanizzazione dell’altro.
Nella definizione del Consiglio d’Europa, lo hate speech comprende le espressioni che incitano o giustificano odio e violenza contro gruppi o individui. Non è necessario un invito esplicito all’azione: è sufficiente che il discorso contribuisca a normalizzare l’idea dell’eliminazione dell’altro.
Questo meccanismo è una polarizzazione discorsiva estrema tra “noi” e “loro”, in cui l’avversario politico viene rappresentato non come portatore di diritti, ma come minaccia esistenziale. In questo schema, la politica smette di essere conflitto democratico e diventa guerra simbolica.
Le dimissioni di Cantini non cancellano il dato strutturale: quelle parole sono state pronunciate pubblicamente da un dirigente politico perché il contesto lo rendeva possibile; la violenza simbolica opera proprio quando un certo linguaggio appare naturale, quasi inevitabile, e non più riconoscibile come violento. Il problema, dunque, non sono solo le parole, pur gravissime, ma un’intera classe politica che ha progressivamente trasformato l’odio, l’insulto e la denigrazione dell’avversario in strumenti ordinari della comunicazione politica. In questo quadro, l’errore non è etico, ma strategico: si sbaglia non perché si ferisce qualcuno, ma perché si “mette in difficoltà il partito”.
Dal punto di vista della responsabilità pubblica, colpisce l’assenza di qualsiasi riferimento alle persone direttamente colpite dall’invocazione di “sterminio”. Il discorso d’odio agisce anche attraverso ciò che viene escluso dal racconto: il silenzio sulle vittime è parte integrante della violenza simbolica. Le dimissioni, in questo senso, risolvono un problema organizzativo, ma non affrontano il nodo politico e culturale: l’uso di un linguaggio che nega la dignità dell’altro come soggetto legittimo del confronto democratico.
Il rischio più profondo è quello dell’assuefazione. Quando espressioni che evocano l’annientamento diventano frequenti, la loro gravità si attenua nella percezione collettiva. La democrazia vive di conflitto, ma solo finché l’altro è riconosciuto come avversario e non come nemico da eliminare. Contrastare il discorso d’odio significa quindi intervenire non solo sui singoli episodi, ma sulle condizioni che li rendono possibili e tollerabili.
Le dimissioni di Isacco Cantini sono una notizia positiva solo se diventano occasione di riflessione critica. Il vero problema non è un commento isolato, ma una politica che ha smarrito il senso del limite, trasformando l’odio in categoria discorsiva legittima. Riconoscere questa deriva è il primo passo per contrastarla. Ignorarla significa accettare che parole come “sterminio” diventino parte ordinaria del lessico democratico.
