Famiglie omogenitoriali: il Vademecum

da | Ago 3, 2023 | Vademecum

Omogenitoriali

Le parole sono importanti: per un linguaggio non discriminante delle famiglie omogenitoriali

 

Troppe inesattezze sentiamo pronunciare da rappresentanti delle istituzioni, vediamo nel discorso pubblico, leggiamo nei media, quando si parla delle famiglie omogenitoriali e delle vite e dei diritti delle persone che le compongono.

Consapevoli delle conseguenze nocive che pregiudizi e scorretta informazione possono produrre nel fomentare le discriminazioni e nell’invadere spazi di confronto democratico e, altresì, dell’intenso dibattito di cui ciascun termine è oggetto, vogliamo condividere alcune prime precisazioni sul linguaggio che sarebbe corretto utilizzare quando si parla di famiglie omogenitoriali. Nel rispetto della libertà di convinzioni e sensibilità individuali, scopo di questo Vademecum è apportare chiarezza sull’uso di alcune espressioni per evitare discriminazioni lesive dei principi di dignità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione.

 

Sarebbe meglio usare “famiglie omogenitoriali” rispetto a “famiglie arcobaleno”? Secondo noi sì, e per due motivi.

“Famiglia/famiglie arcobaleno” richiama il nome di una specifica associazione in Italia (“Famiglie Arcobaleno”) che, pur essendo l’associazione più importante tra quelle che si occupano di omogenitorialità, non rappresenta tutte le famiglie omogenitoriali. Inoltre, l’immagine che richiama il termine “arcobaleno” rischia di non dare la giusta importanza – né il giusto spessore – ai problemi che devono affrontare le famiglie omogenitoriali, e le persone che ne fanno parte, che non vedono riconosciuti i loro diritti e che quindi vengono discriminate.

“Figli/e arcobaleno”? Meglio “figli/e con genitori dello stesso genere”.

L’espressione “bambini/e arcobaleno” o “figli/e arcobaleno” indica di solito, in Italia, le nascite che giungono dopo la perdita di una gravidanza. Non sarebbe quindi corretto usarla anche per identificare figlie e figli di una famiglia omogenitoriale.

“Utero in affitto”? No, il termine corretto è “Gestazione per altre e altri”.

“Gestazione Per Altri/e” (spesso abbreviata in GPA) è il nome di una tecnica di procreazione medicalmente assistita utilizzata sia da coppie eterosessuali sia da coppie omosessuali. L’uso del termine tecnicamente appropriato (GPA) si rende necessario per un uso del linguaggio non ostile, a differenza dell’espressione “Utero in affitto”, che si connota invece negativamente. Questa espressione, infatti, riduce la persona che porta a termine la gravidanza ad una parte del proprio corpo (l’utero appunto), quando invece sotto il profilo dei diritti umani la GPA risulta complessa, poiché vede sovrapporsi numerosi diritti di più soggetti, tra cui quelli della donna che conduce la gestazione e del/la bambino/a nato.

“Surrogazione di maternità” e “Madre Surrogata”.

Anche l’espressione “surrogazione di maternità” può essere fortemente connotata in negativo: “surrogata” è termine che indica una sostituta di qualità inferiore. Pare quindi più corretto il termine “persona che porta a termine la gravidanza” o “persona che porta a termine la gravidanza per altre persone”.

 

Riteniamo altresì importante chiarire alcune inesattezze o distorsioni mediatiche, assai diffuse e che paiono fare molta presa:

I figli sono un capriccio perché non è naturale che le coppie omosessuali abbiano figli/figlie.

Falso. Le persone omosessuali non sono sterili solo per essere omosessuali e quindi hanno la capacità biologica, naturale, di riprodursi. Come ogni altra famiglia che non riesce ad avere figli con il concepimento a seguito di un rapporto sessuale, anche le famiglie omogenitoriali dovrebbero avere pari possibilità di accesso a tecniche di procreazione medicalmente assistita. La giurisprudenza italiana, inoltre, ha sancito che l’orientamento sessuale di una persona non influisce sulla sua capacità genitoriale (Corte di Cassazione n. 601/2013; Cass., Sez. I, 2 giugno 2016, n. 12962; Corte cost., sentenza n. 230 del 2020).

Si è genitori solo dove vi è un vincolo biologico.

Falso. Nell’adozione non vi è un vincolo biologico e per legge, in Italia, le famiglie composte da genitori eterosessuali che ricorrono all’adozione si vedono riconosciuti subito il loro status genitoriale.

La GPA è solo per le coppie omosessuali.

Falso. Le stime basate sui dati forniti delle cliniche dove la GPA viene praticata indicano che nel 90% dei casi ricorrono alla GPA coppie eterosessuali le quali, per i motivi più disparati, non possono portare avanti una gravidanza (L’illusione ottica sulla maternità surrogata in Italia: 250 coppie all’anno e 9 su 10 sono eterosessuali, “Corriere della Sera”, 23 marzo 2023).

I figli di coppie omoaffettive “crescono male”.

Gli studi condotti nei paesi in cui le famiglie omogenitoriali sono già riconosciute dimostrano che non vi è differenza nella crescita di chi ha genitori omosessuali o eterosessuali. E l’unico studio condotto in Italia asserisce anzi che nei casi di genitori omosessuali vi è uno sviluppo che porta bambini e bambine ad essere più aperti verso il prossimo (Baiocco R, Carone N, Ioverno S, Lingiardi V., Same-Sex and Different-Sex Parent Families in Italy: Is Parents’ Sexual Orientation Associated with Child Health Outcomes and Parental Dimensions?, “Journal of Developmental and Behavioral  Pediatrics”, 39 (7), 2018, pp. 555-563).

 

Come Rete nazionale di contrasto ai discorsi e fenomeni d’odio, confidiamo che questo sintetico prontuario aiuti istituzioni, esponenti politici, mass-media e privati ad affrontare le diverse, complesse tematiche con chiarezza, correttezza e rispetto per tutti i soggetti coinvolti.