Campagna referendaria e democrazia tra un Sì e un No

da | Feb 25, 2026 | News, Riflessioni e progetti della rete

di Nannerel Fiano, Co-coordinatrice della Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio

 

Nell’ordinamento italiano il referendum costituzionale è, per sua natura, uno strumento che permette alle cittadine e ai cittadini, secondo la procedura di cui all’art. 138 Cost., di pronunciarsi sulla modifica di disposizioni costituzionali.

Come ha scritto Calamandrei “[…]  vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica […]”.

Le parole del Costituzionalista ci fanno riflettere sull’attualità: pensiamo al clima in cui è parzialmente immersa la campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia.

L’indifferenza politica, diceva Calamandrei, parafrasandolo, è certamente un veleno per lo stato di salute della nostra democrazia costituzionale; allo stesso tempo, anche l’odio identitario, quando si immerge nell’agone elettorale o referendario, rischia di abbassare pericolosamente l’affezione per la cosa pubblica: in altre parole, rischia di fare abbassare la guardia sulla tenuta costituzionale dei nostri diritti e delle nostre libertà.

Il clima in cui si immerge la campagna referendaria sulla giustizia talvolta si è colorata di sfumature che sono andate ben oltre il confronto, anche veemente, sugli aspetti tecnici, trasformandosi in rancore identitario lontano dal cuore della riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo 2026.

Il confronto sugli aspetti di merito ha a volte lasciato il posto ad un duello sterile delle (non) ragioni del sì e del no, spesso alimentato da attacchi e insulti che trovano terreno fertile sui social, incattiviti.

Così, però, il dialogo sulla e della cosa pubblica si impoverisce, così come si impoveriscono le istituzioni, le associazioni e i singoli impegnati nel sociale, la società tutta.

Il voto, che dovrebbe essere libero e consapevole, rischia di essere inquinato da tendenze che non vanno nella direzione di un confronto, anche duro, ma pienamente rientrante nell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero: le tesi opposte servono alla democrazia, poiché rappresentano, nella loro pluralità, la pietra angolare della nostra Costituzione.

Le tesi contrapposte che si sorreggono su un’aggressione politico-istituzionale dal sapore intollerante, invece, non arricchiscono i profili di merito del referendum costituzionale ma, anzi, allontanano da qualsiasi forma di responsabilizzazione nei confronti della cosa comune, ledendo la consapevolezza, la pienezza del voto e la stessa libertà di manifestazione del pensiero.

In poche parole, incidono sull’esercizio della democrazia nella democrazia.

Questa dinamica all’insegna dell’intolleranza antagonistica, che ha conosciuto diffusione anche sul piano istituzionale, produce delegittimazione reciproca, alimentando un sentimento di disaffezione da parte di chi intende porsi dalla parte del merito dell’oggetto del referendum costituzionale, spingendo sull’aspetto emotivo.

L’attacco che si inserisce nella spirale degli insulti per difendere un sì o un no rappresenta un tradimento della funzione stessa del referendum: praticare cultura costituzionale attraverso il rafforzamento della cittadinanza e dell’uguaglianza verso l’alto, mai della sudditanza e dell’uguaglianza verso il basso.

Discutere sulle modalità migliori, siano esse modificative o meno del testo costituzionale, è segno di vitalità democratica; farlo nell’odio antagonistico, invece, è segno di fragilità democratica. Se il referendum diventa un’arena di delegittimazione reciproca, perdiamo tutti: perde chi vince, perde chi perde, perde soprattutto la qualità della nostra democrazia.

Riscoprire il valore del confronto aperto – pur duro e acceso ma mai delegittimante – rappresenta, ieri come oggi, una necessità civile, soprattutto quando siamo chiamati ad esprimerci su riforme costituzionali.

 

Redazione

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