Un libro in pillole: Femminili singolari

da | Mag 22, 2024 | News

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Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole di Vera Gheno, 2021, effequ editore, 233 pagg., € 16,00

Vera Gheno
Sociolinguista, traduttrice dall’ungherese e divulgatrice. Ha collaborato con l’Accademia della Crusca e con la casa editrice Zanichelli. È ricercatrice all’Università di Firenze. È autrice di numerosi testi sull’uso della lingua, anche in chiave anti-discriminatoria.

La schwa (ə)
Simbolo grafico che indica l’assenza di vocale o la presenza di vocale senza qualità e quantità. Si usa per aggirare le trappole del maschile sovra esteso in un linguaggio rispettoso della parità di genere e delle diversità. Il suo impiego non vuole essere un diktat ma un “approccio […] volutamente provvisorio e sperimentale”. Serve a “prestare attenzione al singolo, per evitare dunque di generalizzare”.

Le regole della linguistica italiana
La lingua è “un sistema organico, vivo, in movimento” e descrive la realtà del popolo che la parla. In Italia non esiste un organismo che legifera imponendo un modo di parlare alla popolazione. Un termine per entrare a pieno titolo in un vocabolario deve “rispondere a tre criteri oggettivi: essere usato da un numero sufficientemente alto di persone, per un periodo sufficientemente lungo e, se possibile, in contesti differenziati.”

Femminili
“La lingua non è un accessorio dell’umanità, ma il suo centro”; per questo “l’uso di un termine anziché di un altro comporta la modificazione del pensiero”. “Poiché per certi aspetti nomina sunt consequentia rerum, cioè i nomi sono conseguenza delle cose (se una cosa non esiste, non c’è bisogno di nominarla), e fino a tempi tutto sommato recenti non esistevano, o erano rarissime, donne che svolgessero determinati lavori o ricoprissero determinate cariche, molti nomi di professione o di cariche sono stati a lungo usati quasi esclusivamente al maschile”.

Repliche e controrepliche per non perdere mai più le staffe
Sui social troviamo numerose opinioni a contrasto di un linguaggio inclusivo di genere. Sono molte le persone che si lanciano in commenti che contengono argomentazioni a sostegno di un loro pregiudizio, spesso intriso di discorsi d’odio. Essendo numerosi, di seguito ne riportiamo alcuni con le relative repliche dell’autrice. Alcune sostengono che delle professioni declinate al femminile abbiano un’assonanza “che non si può sentire” o addirittura “potenzialmente ammiccante”, ma questa obiezione “solleva un falso problema” perché il problema si può risolvere semplicemente con l’abitudine. Altre persone, difendono la presunta purezza della lingua italiana, non essendo a conoscenza che il nostro idioma nei secoli ha subito numerosi cambiamenti, seguendo le istanze culturali e sociali. Infine, c’è chi “pecca di benaltrismo”, sostenendo che “i problemi delle donne sono ben altri”, ma è noto, che gli esseri umani sono multitasking.

«Femminismo non è una parolaccia»
Il fatto stesso che la parola “femminismo” sia malvista esprime quanto ancora gli stereotipi legati alla donna nella nostra società siano radicati. Il linguaggio veicola quotidianamente nei nostri dialoghi bias e sessismo. Spesso succede che “l’insulto più classico a una donna” coinvolga “la sfera della sessualità e prevede lo stupro come punizione esemplare”. L’uomo che ha gridato simili insulti a Rackete dopo il suo sbarco, sostenendo di essere stato ubriaco, ad esempio, ha dimostrato come “nel momento in cui calano le inibizioni, questi siano i pensieri istintivi di molti uomini”. “L’aspetto linguistico può sembrare meno rilevante nella pratica […] ma è una cartina tornasole molto rilevante della società in cui viviamo e delle sue storture”.