Agosto 2026. Mentre a Ceuta decine di migliaia di persone attraversano il confine, sui social va in onda la prova generale di una nuova scena mediatica: il simulacro di verità. Immagini generate dall’IA spacciate per foto giornalistiche. E video costruiti per disumanizzare i migranti, come quello, falso, di un uomo che cucina un gatto morto.
Falso. Eppure condiviso migliaia di volte. Del resto, diverse ricerche hanno ormai dimostrato che su X le notizie false corrono sei volte più veloci di quelle vere.
Perché una fake news non ha bisogno di essere creduta. Ha bisogno di essere riconosciuta. Di confermare ciò che pensiamo già.
Sappiamo molto, ormai, di come funzionano i social. Sappiamo che gli algoritmi segmentano le community per profilarci meglio, e che così facendo chiudono persone con lo stesso corredo emotivo e culturale dentro camere dell’eco, rafforzandone stereotipi e credenze. Sappiamo che premiano i contenuti polarizzati, e più di tutti quelli polarizzati al negativo, perché scatenano la reazione più immediata. Sappiamo, lo ammisero i data scientist di Facebook già nel 2012, che le emozioni si trasmettono per contagio, senza che ce ne accorgiamo.
Si chiama tribalizzazione. Nella tribù la verità non si cerca: si difende. Condividere la bufala sul migrante, sull’ebreo, sulla donna “che se l’è cercata” non è un atto di informazione. È un atto di appartenenza. E la tribù, si sa, va in cerca di nemici.
Tribalizzazione, polarizzazione, segmentazione. Meccanismi affilati e dal potenziale sempre più distruttivo in epoca di imperante IA. Perché un Large Language Model genera testi calcolando la probabilità che due parole compaiano vicine: la co-occorrenza. Che una frase sia vera gli è indifferente. Gli basta che suoni plausibile. E plausibile, per una macchina addestrata sul nostro linguaggio, è ciò che abbiamo ripetuto più spesso.
È la tempesta perfetta? Lo può diventare. Perché, da sempre, le fake news non inventano dal nulla. Pescano in un serbatoio che esiste già: quello degli stereotipi. La nona edizione della Mappa dell’Intolleranza di VoxDiritti lo ha dimostrato, misurando proprio le co-occorrenze del discorso d’odio. Accanto a “immigrato” compaiono delinquente, clandestino, irregolare. Accanto a “Islam”, radicale, fondamentalista, terrorista. Accanto a “ebreo”, verbi come odiare, sterminare, cacciare. È da questo vocabolario che l’intelligenza artificiale impara che cosa è verosimile. Il migrante che cucina un gatto non nasce dal nulla. È un archetipo antico, restituito in alta definizione.
Lo stereotipo diventa così la materia prima della fake news.
Ma c’è di più. Quasi la metà degli stereotipi rilevati (46,68%) è indiretta: allusioni, ironia, domande retoriche che sfuggono alla moderazione automatica. E l’odio ha una regia. Pochi account concentrano una quota sproporzionata delle interazioni, con pattern incompatibili con la spontaneità. Se a quei nodi si consegna uno strumento che produce contenuti a costo zero, la tempesta è perfetta.
Così viaggia la paura. E si alimenta.
Diventa rabbia. Poi sfiducia: nei media, nelle istituzioni, in chiunque racconti una realtà diversa dalla nostra. Infine, disaffezione. Ci si ritira dallo spazio pubblico, e quello spazio lo occupa chi grida di più. In quella che Bernard-Henri Lévy ha chiamato la “profusione oscura e assordante” dei social, la verità di ognuno vale quanto quella del suo vicino. È così che le democrazie si sfaldano.
Il paradigma è purtroppo evidente. La democrazia vive di fatti condivisi su cui poter dissentire. Quando ogni immagine può essere falsa, anche quella vera diventa sospetta. E quando a decidere che cosa vediamo sono algoritmi privati che premiano la rabbia, la verità diventa opinione e l’opinione diventa appartenenza.
In un recente, brillante saggio, il filosofo Byung- Chul Han spiega: “Nell’universo iper-reale del digitale, la stessa verità si rivela essere fabbricabile…La sua fabbricabilità porta la verità a scomparire. I media digitali fanno sì che la verità fabbricata interferisca con l’agire, lo manipoli, lo controlli”.
Allora, gli anticorpi. Il saggio di Byung- Chul Han si intitola profeticamente La società senza rispetto.
Ed ecco il primo anticorpo. Rispetto per l’Altro. Per la sua storia, per la sua verità. E poi ascolto, che viene prima del rispetto. Se non ascoltiamo non possiamo percepire l’altro come altro da noi, individuo che con noi interagisce e ci arricchisce. Si chiama empatia. Gli psicologi lo spiegano bene: è una delle attitudini umane salvifiche. Senza, nella nostra solitudine digitale, immersi in un’ecolalia che rafforza solo le nostre piccole credenze, siamo destinati a scomparire.
E dunque le parole che usiamo e che ci definiscono. Se le emozioni si trasmettono per contagio, lo fanno anche quelle positive: lo stesso esperimento di Facebook lo dimostrava. Contro le parole che annientano servono parole che costruiscono. Non come antidoto romantico, ma come strategia culturale consapevole.
