Quando l’odio diventa Stato: la repressione LGBTQIA+ in Turchia

da | Set 18, 2026 | Approfondimenti, News, Riflessioni e progetti della rete

Quello che sta accadendo in Turchia contro le persone LGBTQIA+, le associazioni e chi ne difende i diritti non può essere derubricato a una questione di ordine pubblico.

Dal 13 settembre, operazioni di polizia hanno colpito organizzazioni e persone attiviste LGBTQIA+ in 15 province: oltre 60 persone sono state arrestate, almeno 23 poste in custodia cautelare e sono state avviate indagini nei confronti di oltre 160 persone. Più di 180 account social e diversi siti web sono stati bloccati o sottoposti a restrizioni.

L’operazione è stata denominata “La mia famiglia è al sicuro”.

Come Rete riteniamo che proprio sulle parole dobbiamo soffermarci.

Infatti, i fenomeni d’odio non cominciano necessariamente con la violenza fisica: cominciano quando un gruppo sociale viene rappresentato come una minaccia.

Quando le sue vite vengono descritte come pericolose per chi è più giovane.

Quando l’esistenza delle persone LGBTQIA+ viene contrapposta alla famiglia come se loro non lo fossero di fatto.

Quando chi difende i loro diritti viene trasformato da soggetto della società civile in un problema da controllare.

Quando questa narrazione viene assunta dalle istituzioni e trasformata in arresti, perquisizioni, limitazioni della libertà di espressione, censura e criminalizzazione, l’odio compie un salto.

Non è più soltanto odio che attraversa la società.

È odio di Stato.

È la stigmatizzazione di un gruppo sociale soggetto a discriminazione che viene prodotta o legittimata dall’autorità pubblica e tradotta in pratiche concrete di repressione.

In Turchia, secondo Amnesty International, la stretta repressiva è accompagnata proprio da una narrazione che richiama la tutela della famiglia, “dei bambini” (dicono) e della “moralità pubblica”. Il Ministero della Giustizia ha inoltre inviato una circolare ai procuratori di tutte le 81 province chiedendo di intervenire sui contenuti e sulle attività ritenuti contrari a tali valori.

 

Come nasce l’odio di Stato

 

Questo è il meccanismo che dobbiamo imparare a riconoscere.

Perché l’odio di Stato non nasce dal nulla.

Prima costruisce un bersaglio.

Poi lo descrive come una minaccia.

Successivamente ne restringe lo spazio pubblico.

Infine può arrivare a rendere la repressione apparentemente necessaria, persino desiderabile, agli occhi di una parte della società.

Per questo contrastare i discorsi e i fenomeni d’odio significa intervenire prima che le parole diventino politiche di esclusione.

Significa denunciare la stigmatizzazione quando compare nel linguaggio pubblico.

Significa difendere la libertà di associazione e di espressione.

Significa non accettare che la protezione di bambine e bambini o della famiglia venga utilizzata come giustificazione per colpire persone e gruppi sociali soggetti a discriminazione.

Significa ricordare che i diritti fondamentali non possono dipendere dalla popolarità di chi li esercita.

Quello che accade in Turchia riguarda le persone LGBTQIA+ ma riguarda anche tutte quante le persone: ogni volta che uno Stato individua un gruppo sociale come una minaccia da contenere, non sta soltanto comprimendo i diritti di quel gruppo, ma sta mettendo alla prova il principio stesso di uguaglianza.

Proprio per questo non possiamo guardare alla Turchia come a qualcosa che riguarda soltanto “altrove”, dobbiamo restare in allerta, o se preferite stay woke (rimanere svegli e sveglie).

 

La criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ potrebbe essere già iniziata

 

Anche in Italia dobbiamo prestare attenzione alle parole, alle narrazioni e alle pratiche che trasformano le persone LGBTQIA+ in un problema da risolvere, in un pericolo per bambine e bambini introducendo leggi specifiche che silenziano il confronto su sessualità e affettività, in una minaccia alla famiglia attraverso il diritto penale, o nella causa di una presunta crisi sociale perché, a ben vedere, la criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ potrebbe essere già iniziata.

Una deriva non comincia necessariamente con gli arresti, può cominciare molto prima: comincia quando ci abituiamo all’idea che chiunque possa avere meno diritti perché appartiene a un gruppo sociale specifico.

Contrastare l’odio significa anche riconoscere tempestivamente il momento in cui la discriminazione smette di essere soltanto sociale e comincia a diventare istituzionale.

Prima che sia troppo tardi.

Davvero troppo tardi.

 

 

Matteo Mammini

Matteo Mammini

Avvocato e attivista LGBTQIA+, vicepresidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine di Firenze. In Rete Lenford è referente per la Toscana e coordina il gruppo penale e penitenziario. Cofondatore del centro antiviolenza “Anemone” e collaboratore del CAD “Altre Sponde”. Coautore di Quanti generi di diversità, sul linguaggio ampio e il contrasto all’odio on-line a matrice omobilesbotransinterafobica.