Quello che sta accadendo in Turchia contro le persone LGBTQIA+, le associazioni e chi ne difende i diritti non può essere derubricato a una questione di ordine pubblico.
Dal 13 settembre, operazioni di polizia hanno colpito organizzazioni e persone attiviste LGBTQIA+ in 15 province: oltre 60 persone sono state arrestate, almeno 23 poste in custodia cautelare e sono state avviate indagini nei confronti di oltre 160 persone. Più di 180 account social e diversi siti web sono stati bloccati o sottoposti a restrizioni.
L’operazione è stata denominata “La mia famiglia è al sicuro”.
Come Rete riteniamo che proprio sulle parole dobbiamo soffermarci.
Infatti, i fenomeni d’odio non cominciano necessariamente con la violenza fisica: cominciano quando un gruppo sociale viene rappresentato come una minaccia.
Quando le sue vite vengono descritte come pericolose per chi è più giovane.
Quando l’esistenza delle persone LGBTQIA+ viene contrapposta alla famiglia come se loro non lo fossero di fatto.
Quando chi difende i loro diritti viene trasformato da soggetto della società civile in un problema da controllare.
Quando questa narrazione viene assunta dalle istituzioni e trasformata in arresti, perquisizioni, limitazioni della libertà di espressione, censura e criminalizzazione, l’odio compie un salto.
Non è più soltanto odio che attraversa la società.
È odio di Stato.
È la stigmatizzazione di un gruppo sociale soggetto a discriminazione che viene prodotta o legittimata dall’autorità pubblica e tradotta in pratiche concrete di repressione.
In Turchia, secondo Amnesty International, la stretta repressiva è accompagnata proprio da una narrazione che richiama la tutela della famiglia, “dei bambini” (dicono) e della “moralità pubblica”. Il Ministero della Giustizia ha inoltre inviato una circolare ai procuratori di tutte le 81 province chiedendo di intervenire sui contenuti e sulle attività ritenuti contrari a tali valori.
Come nasce l’odio di Stato
Questo è il meccanismo che dobbiamo imparare a riconoscere.
Perché l’odio di Stato non nasce dal nulla.
Prima costruisce un bersaglio.
Poi lo descrive come una minaccia.
Successivamente ne restringe lo spazio pubblico.
Infine può arrivare a rendere la repressione apparentemente necessaria, persino desiderabile, agli occhi di una parte della società.
Per questo contrastare i discorsi e i fenomeni d’odio significa intervenire prima che le parole diventino politiche di esclusione.
Significa denunciare la stigmatizzazione quando compare nel linguaggio pubblico.
Significa difendere la libertà di associazione e di espressione.
Significa non accettare che la protezione di bambine e bambini o della famiglia venga utilizzata come giustificazione per colpire persone e gruppi sociali soggetti a discriminazione.
Significa ricordare che i diritti fondamentali non possono dipendere dalla popolarità di chi li esercita.
Quello che accade in Turchia riguarda le persone LGBTQIA+ ma riguarda anche tutte quante le persone: ogni volta che uno Stato individua un gruppo sociale come una minaccia da contenere, non sta soltanto comprimendo i diritti di quel gruppo, ma sta mettendo alla prova il principio stesso di uguaglianza.
Proprio per questo non possiamo guardare alla Turchia come a qualcosa che riguarda soltanto “altrove”, dobbiamo restare in allerta, o se preferite stay woke (rimanere svegli e sveglie).
La criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ potrebbe essere già iniziata
Anche in Italia dobbiamo prestare attenzione alle parole, alle narrazioni e alle pratiche che trasformano le persone LGBTQIA+ in un problema da risolvere, in un pericolo per bambine e bambini introducendo leggi specifiche che silenziano il confronto su sessualità e affettività, in una minaccia alla famiglia attraverso il diritto penale, o nella causa di una presunta crisi sociale perché, a ben vedere, la criminalizzazione delle persone LGBTQIA+ potrebbe essere già iniziata.
Una deriva non comincia necessariamente con gli arresti, può cominciare molto prima: comincia quando ci abituiamo all’idea che chiunque possa avere meno diritti perché appartiene a un gruppo sociale specifico.
Contrastare l’odio significa anche riconoscere tempestivamente il momento in cui la discriminazione smette di essere soltanto sociale e comincia a diventare istituzionale.
Prima che sia troppo tardi.
Davvero troppo tardi.
