Razzismo e xenofobia oggi: qual è l’andamento dell’odio?

da | Set 1, 2026 | Dati, News

A settembre Rete contro l’odio dedica il proprio focus a razzismo, xenofobia, migrazioni e deumanizzazione, per osservare un fenomeno che i dati più recenti mostrano in modo sempre più evidente: l’odio online non è costante, ma può crescere rapidamente quando la cronaca, lo sport o il dibattito sulla migrazione diventano detonatori di narrazioni discriminatorie.

Lungi dall’essere legato ad episodi isolati o specifici contesti nazionali, il discorso d’odio si inserisce in un contesto europeo ampio, caratterizzato dalla presenza persistente di narrazioni razziste e xenofobe e dalla loro progressiva normalizzazione. È questa la preoccupazione espressa dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), che nel Rapporto annuale 2026 segnala livelli allarmanti di discorso d’odio contro persone migranti, rifugiate, rom, nere e appartenenti a minoranze etniche. Inoltre, l’ECRI sottolinea come il discorso xenofobo può rafforzarsi nei periodi in cui le politiche migratorie diventano più restrittive e quando il dibattito pubblico presenta la migrazione come un problema di sicurezza, con il rischio di una banalizzazione del fenomeno in tutta Europa.

 

L’odio cresce con la crisi migratoria: il caso spagnolo

 

Non a caso, l’allarme dell’ECRI trova un riscontro concreto nei dati spagnoli.

In Spagna, il sistema FARO (Filtrado y Análisis de Odio en Redes Sociales) dell’Osservatorio spagnolo del razzismo e della xenofobia (OBERAXE) ha rilevato 57.406 contenuti di discorso d’odio e narrazioni discriminatorie nel luglio 2026, contro i 40.800 circa registrati nel mese precedente. E parte importante dell’incremento è legata a ciò che è accaduto alla fine del mese a Ceuta, quando con l’ingresso massiccio di persone migranti provenienti dal Marocco, in soli due giorni – 30 e 31 luglio – OBERAXE ha rilevato 9.590 contenuto d’odio.

Nel mese successivo, ad agosto, i discorsi ostili online si sono intensificati. Infatti, secondo i dati preliminari comunicati dal direttore di OBERAXE e riportati da El País il 25 agosto, nei primi 25 giorni della crisi di Ceuta sono stati rilevati 78.476 messaggi d’odio, con una media di 3.139 al giorno. Nei primi tre giorni della crisi sono stati quasi 17.000. Il dato di agosto non è però ancora contenuto in un bollettino mensile ufficiale pubblicato da OBERAXE e va quindi considerato preliminare.

Tra i principali gruppi bersaglio individuati nel luglio 2026, le persone provenienti dal Nord Africa rappresentano il 68% dei contenuti monitorati. Seguono le persone immigrate in generale (19%), le persone musulmane (16%), le persone afrodiscendenti (10%) e le persone latinoamericane (7%). Le categorie non sono necessariamente esclusive e uno stesso contenuto può riferirsi a più gruppi.

 

Il 40% dei contenuti analizzati a luglio contiene forme di deumanizzazione o grave degradazione, mentre il 38% presenta i gruppi bersaglio come una minaccia. Il 15% incita alla loro espulsione e il 4% alla violenza.

 

La deumanizzazione, come sappiamo, è uno dei meccanismi ricorrenti dei discorsi d’odio. Nel momento in cui una persona viene descritta come una minaccia, un’invasione, un animale, un parassita o una massa indistinta, la sua individualità viene cancellata.

 

Odio e razzismo nello sport

 

I discorsi d’odio razzisti e xenofobi hanno investito recentemente anche l’ambito sportivo. Infatti, durante i Mondiali di calcio 2026 la FIFA ha rilevato 89.000 contenuti offensivi nella fase a gironi, su oltre 6 milioni di post e commenti analizzati. Gli attacchi razzisti rappresentavano l’11% dei contenuti offensivi, in aumento rispetto all’8% registrato nella fase a gironi dei Mondiali del 2022. Il volume complessivo dei contenuti offensivi è risultato inoltre 13 volte superiore a quello rilevato nella precedente edizione.

Parallelamente, in Spagna OBERAXE ha rilevato, tra l’11 giugno e il 21 luglio, 54.771 contenuti di discorso d’odio e narrazioni discriminatorie collegati al periodo dei Mondiali. Il 52% dei messaggi era associato allo sport e il 13% riguardava persone musulmane.

Tra i principali bersagli è comparso Lamine Yamal, colpito da contenuti razzisti e islamofobi che mettevano in discussione le sue origini e la sua appartenenza alla nazionale spagnola, ad esempio “le nostre radici umiliate”, “moro disgustoso” o “non degno di essere spagnolo”. Il rapporto di OBERAXE segnala, poi, che la stessa dinamica ha riguardato anche altre nazionali come quella francese, che è stata utilizzata per mettere in discussione la legittimità dei giocatori a rappresentare il proprio Paese sulla base delle loro origini o ascendenze straniere. Molti messaggi riflettevano approcci escludenti tramite espressioni come “sono tutti angolani, senza il calcio non significherebbero nulla” o “i francesi se la sono cercata per non difendere le loro origini”.

In aggiunta, tale escalation trova una conferma nei dati pubblicati nel Regno Unito dall’organizzazione Kick It Out. Nel suo rapporto annuale sulla stagione 2025/2026 l’ente ha documentato un record storico di 1.744 segnalazioni su 1.255 episodi accertati (+25% rispetto alla stagione precedente), con incrementi paralleli nello spazio online, nel calcio professionistico e nei campionati dilettantistici e giovanili di base. E anche in questo monitoraggio il razzismo si conferma la prima forma assoluta di odio e discriminazione con 792 casi (45%), colpendo prevalentemente partecipanti neri (59%) e di origine sudasiatica (16%), affiancato da una forte crescita dell’islamofobia (+88%) e dell’antisemitismo (+43%).

 

L’analisi di Kick It Out mostra inoltre una correlazione diretta tra cronaca politica ed episodi d’odio sui campi di calcio inglesi. Infatti, l’aumento degli episodi è coinciso puntualmente con le accese polemiche sugli sbarchi nel Canale della Manica, proteste contro gli hotel per persone richiedenti asilo e annunci di riforme restrittive sull’immigrazione. Un clima che ha portato al raddoppio degli slogan xenofobi gridati direttamente a giocatori e arbitri sui campi britannici (come i cori “stop the boats” o “send them back”).

 

E in Italia cosa accade?

 

Le dinamiche registrate a livello europeo si innestano su un terreno sociale e culturale già ampiamente fertile per la costruzione di discorsi e fenomeni d’odio in Italia.

Già nel 58° Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2024 il Censis aveva documentato il progressivo consolidamento di quello che definiva il “razzismo silente degli italiani”: all’epoca, il 40,8% della popolazione (quota che saliva al 47,2% tra i giovani dai 18 ai 34 anni) si dichiarava convinto che gli italiani fossero razzisti, e per di più il 58,5% riteneva che l’intolleranza stesse aumentando. Il clima di ostilità era stato confermato anche dalle seconde generazioni – oltre 80.000 nati da almeno un genitore straniero nel 2023 (un neonato su cinque) – tra le quali il 62,4% dichiarava di aver subito discriminazioni in passato, il 26% ne era ancora vittima, il 23,4% aveva visto respinta una candidatura di lavoro per le proprie origini e il 29,4% non era riuscito a ottenere una casa in affitto. Tali percezioni trovavano inoltre un riscontro oggettivo nelle serie storiche delle forze dell’ordine e dell’OSCAD elaborate dal Censis, che evidenziavano tra il 2015 e il 2022 una crescita del 199,4% dei crimini d’odio a sfondo specificamente razziale e xenofobo (passati da 369 a 1.105 episodi annui).

Nell’ultimo anno, la traiettoria evolutiva dell’odio si è intensificata nel discorso digitale. La nona edizione della Mappa dell’Intolleranza, pubblicata da Vox Diritti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e The Fool, ha ampiamente fotografato sia l’andamento dell’odio online sia la pervasività dei processi di deumanizzazione.

I dati raccolti nel corso del 2025 su oltre 2 milioni di contenuti estratti dalla piattaforma X mostrano come il 56% dei messaggi monitorati abbia una connotazione negativa e ostile. I dati relativi alla xenofobia restituiscono un quadro di allarmante gravità: con il 78,52% di contenuti classificati come hate speech esplicito e un ulteriore 7,77% di contenuti misti, la categoria registra una delle percentuali di odio più elevate tra tutte quelle analizzate.

Sul piano semantico, il lessico della criminalizzazione e quello dell’animalizzazione si fondono in una narrazione che costruisce lo straniero come minaccia organica al corpo sociale. Nelle occorrenze deumanizzanti legate alla xenofobia (che raggiunge il 52,5% dei cluster analizzati), l’animalizzazione tocca il 71% dei casi, ricorrendo a termini degradanti come parassita, clandestino o feccia e a metafore biologiche e parassitarie. Proprio l’assenza di uno spazio intermedio tra stereotipo e incitamento all’odio rende la xenofobia particolarmente resistente alle strategie di moderazione tradizionali e urgente come terreno di contrasto culturale.

 

La frattura tra retorica d’odio e realtà sociale

 

Ebbene, la narrazione digitale dell’odio continua a rivelare una profonda discrepanza rispetto alla realtà.

L’indagine 2026 dell’Eurispes La condizione degli immigrati in Italia. Vissuto, esperienze e progetti certifica infatti come, lontano dall’idea di una invasione o di una presenza transitoria, il nostro Paese rappresenti per le persone residenti straniere un approdo stabile: l’82,9% intende rimanere a lungo o per sempre (il 52% in via definitiva) e oltre il 70% vive nel Paese da più di tre anni. Una volontà di radicamento testimoniata anche dal desiderio di piena cittadinanza e partecipazione civica in quanto il 57% aspira ad ottenere la cittadinanza italiana e il 59,9% desidera esercitare il diritto di voto.

Lo stereotipo dello straniero “ozioso” o dipendente dal sussidio pubblico è confutato dai dati Eurispes, che indicano un 78,1% attivamente inserito nel mondo del lavoro, con il 68,3% coperto da contratti riconosciuti. Ciononostante, la penetrazione del discorso d’odio si riflette nella discriminazione quotidiana, lasciando un 23,8% di lavoratori privo di tutele ed esponendo la maggioranza degli intervistati a esperienze dirette di razzismo (53,2%) e a una diffusa percezione di ostilità o indifferenza sociale (62,5%). In aggiunta emerge che la componente straniera ha trainato la crescita dell’occupazione in Italia generando circa 177 miliardi di euro di valore aggiunto (quasi il 9% del PIL) e sostenendo l’equilibrio previdenziale e fiscale con il versamento di miliardi in contributi e imposte.

In sostanza, oggi l’odio razzista e xenofobo non appare come un fenomeno stabile né circoscritto a singoli episodi ma, al contrario, tende a intensificarsi quando eventi di cronaca, politica o sport diventano terreno per la costruzione di narrazioni fondate sulla paura e sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”. Così parole e rappresentazioni come “invasione”, “minaccia” o “clandestino” e le dinamiche di deumanizzazione possono contribuire a trasformare persone e comunità in categorie indistinte, alimentando ulteriormente i processi di deumanizzazione e rendendo l’odio più facilmente accettabile e condivisibile.

Effettivamente, i dati mostrano come ciò che accade online non può essere considerato separato dalla realtà sociale. Le narrazioni dell’odio che circolano sui social restituiscono però una rappresentazione parziale e distorta di una realtà quotidiana molto più complessa: le persone straniere vivono, lavorano e costruiscono il proprio futuro in Italia, contribuendo alla vita sociale ed economica del Paese. Tuttavia, tali retoriche possono intercettare e rafforzare tensioni già presenti nella società e allo stesso tempo contribuire a rafforzarle, normalizzando stereotipi e rappresentazioni discriminatorie.

 

Fabiola Balestrieri

Fabiola Balestrieri

Membro del Coordinamento e responsabile della Redazione di Rete contro l’odio. Assegnista di ricerca esperta in invecchiamento, digitale e sociologia della salute, con un Ph.D. in Sociologia e Ricerca Sociale all’Università di Bologna.