Utøya, quindici anni dopo: le persone giovani nel mirino dell’odio e le nostre responsabilità

da | Lug 23, 2026 | Approfondimenti, News, Riflessioni e progetti della rete

Il 22 luglio 2011 un uomo di trentadue anni fece esplodere un’autobomba nel quartiere governativo di Oslo, uccidendo otto persone. Poche ore dopo raggiunse l’isola di Utøya, dove il movimento giovanile laburista teneva il suo campo estivo, e ne uccise altre sessantanove, in gran parte adolescenti.

Anders Behring Breivik non era un «lupo solitario» colto da un raptus: era un adulto radicalizzatosi sin dall’adolescenza, soprattutto online, convinto che multiculturalità ed eguaglianza fossero un male da estirpare. Scrisse un lungo manifesto con uno scopo preciso: ispirare altri a fare lo stesso. Ci è riuscito. Quel manifesto circola ancora; il suo nome è stato inciso sui caricatori usati dall’attentatore di Christchurch nel 2019. E riguarda anche noi: il nome di Luca Traini, che nel 2018 a Macerata ferì sei persone di origine migrante (un gesto che in Italia non abbiamo quasi mai chiamato terrorismo) riappare, citato, in attentati dall’altra parte del mondo. Quindici anni dopo, Utøya non è un anniversario da archiviare: è il prototipo di una violenza che, aggiornata, arriva fino a noi.

Nel nostro Paese di questi fenomeni si parla ancora troppo poco. Come Rete, e in particolare con il No Hate Speech Movement Italia, nel segno della campagna del Consiglio d’Europa ricordiamo ogni anno in questa data i rischi dell’odio: lo facemmo già per il decimo anniversario, con un webinar con Leonardo Bianchi, l’attivista transfemminista Nico Isa Borrelli e il ricercatore esperto di manosphere Matteo Botto. Denunciavamo allora le derive con cui l’odio radicalizzava soprattutto i giovani uomini; oggi lo scenario è persino peggiorato.

Lo conferma il convegno «La radicalizzazione online dei minori» (Camera dei deputati, 15 maggio 2026) dove Lo stesso Leonardo Bianchi e la ricercatrice Serena Mazzini offrono un quadro chiaro e preoccupante: esiste un terrorismo di estrema destra di nuova generazione, post-organizzativo, fatto di reti fluide e transnazionali che si nutrono di auto-radicalizzazione, «sostituzione etnica», accelerazionismo e soprattutto emulazione, al punto che gli stragisti vengono «santificati» e la categoria del «lupo solitario» non regge più. È una violenza che non ha più una matrice pura: il diciassettenne arrestato a Perugia era insieme neonazista e incel, e la ricerca di Matteo Botto sui giovani usciti dalla «red pill» mostra come suprematismo e misoginia condividano lo stesso meccanismo, alimentati dalle stesse fragilità. I dati italiani bastano a misurare l’urgenza: dal 2023, dodici minori con misure cautelari e centosette indagati, ventidue perquisiti nella sola estate 2025, con tempi di radicalizzazione ormai ridotti a poche settimane. Eppure una risposta adeguata ancora tarda.

Per intervenire in tempo bisogna infatti prevenire, ma anche saper leggere i segnali, soprattutto comportamentali: isolamento improvviso, segretezza estrema sul telefono, frasi come «non voglio esistere», segni sul corpo o simboli e numeri disegnati su scarpe, felpe, mani. Riconoscere non vuol dire però schedare, ma essere presenti e in ascolto. I simboli vanno letti nel contesto, affidandosi a realtà e figure specializzate nello studio di questi fenomeni, senza ricondividere la propaganda o la sua iconografia: mostrarla, per chi la usa come «trofeo», è una gratificazione, non un deterrente. Servono competenze e reti d’azione, non solo nuovi reati.

Un binario diverso dal solo carcere, del resto, non è un’utopia: nel campo della violenza maschile contro le donne esiste già. Con il Codice Rosso (2019) chi è condannato per reati di violenza deve seguire un percorso presso un Centro per Uomini Autori di Violenza (CUAV) per accedere alla sospensione della pena, senza sconti; e realtà come Maschile Plurale e il Cerchio degli uomini di Torino lavorano sugli stereotipi, prima del reato. Sul fronte della deradicalizzazione, i modelli con più risultati sono europei: EXIT-Germania, attivo dal 2000, riporta una recidiva intorno al 3% su circa 800 casi; in Svezia solo 4 ex estremisti su 133 sono ricaduti dopo tre anni. Condividono gli stessi ingredienti: adesione della persona, lavoro individualizzato, ricostruzione di identità e relazioni fuori dal gruppo, continuità nel tempo, coinvolgimento di famiglia e comunità e, soprattutto, prevenzione precoce. Storie come quelle di Christian Picciolini, Caleb Cain e Ingo Hasselbach sono la prova vivente di ciò che dicono i dati: si esce dentro una comunità, non da soli.

In Italia, sul terrorismo, esistono solo progetti pilota a termine: è il vuoto che possiamo iniziare a colmare, anche come Rete contro l’odio: la radicalizzazione violenta, come l’odio infatti, nasce dalla disumanizzazione della diversità e dalla costruzione di un nemico. Combattere l’una significa combattere l’altro.

E qui serve la massima precisione, tornare come sempre ai fattori strutturali e sistemici del problema evitare la semplificazione, parlando di “fragilità e vulnerabilità giovanile”, spesso associata alla salute mentale, che è solo una parte del problema. Che alla radice ci sia la vulnerabilità non significa che chi ha un disagio psichico o un problema di salute mentale diventi violento: la stragrande maggioranza di chi attraversa una sofferenza non fa del male a nessuno, e l’etichetta della malattia mentale fa due danni in uno: stigmatizza chi soffre e ci assolve, trasformando un problema collettivo in un problema individuale. La vulnerabilità non è una colpa personale: è il prodotto di condizioni che costruiamo, o lasciamo marcire, come società. Una società che non ascolta chi è giovane e non gli lascia spazi; risposte politiche che scelgono la repressione; vuoti educativi e la ferita mai curata del Covid, di cui la comunità adulta non si è mai assunta la responsabilità verso ragazze e ragazzi che ne hanno pagato le privazioni. Ferite ancora aperte, cui dobbiamo rimediare offrendo un’alternativa a quella facile proposta dai movimenti violenti.

La nostra risposta deve dunque essere migliore, e non può basarsi su sorveglianza e censura. Vietare i social a chi è minorenne è la scorciatoia più comoda e più inutile: gran parte di ciò che abbiamo raccontato accade su Telegram, Discord o sulle piattaforme di gaming, che social non sono. Un divieto sposta il problema da una piattaforma all’altra e trasforma ogni ragazzo in un sospetto. La strada è l’opposto: ascoltare le persone giovani; investire sulle relazioni; costruire spazi disegnati con loro e non per loro; investire sulle competenze: media e information literacy, ma anche educazione sessuo-affettiva e ai diritti umani, perché sappiano leggere, e smontare, ciò che l’algoritmo mette loro davanti. Perché nessuno debba più dire, come il ragazzo citato da Serena Mazzini: «io esisto solo online; nella vita reale, io non esisto».

A chi lavora ogni giorno con le persone più giovani — insegnanti, educatrici ed educatori, operatrici e operatori sociali — e a chi fa parte della nostra Rete: questo fenomeno non è troppo grande né troppo lontano per noi. Pretendiamo, come cittadine e cittadini, che si investa su relazioni e competenze invece che sull’ennesimo decreto d’emergenza.

La violenza suprematista colpisce sempre giovani innocenti; oggi colpisce persone ancora più giovani di quelle che colpì quindici anni fa, a Utøya, e sempre più sole. Il modo migliore per ricordare quelle vittime è arrivare, come società, prima: ascoltare le voci che chiedono di essere viste, capite, rispettate. Cercare di fare la cosa più semplice ma anche la più difficile: esserci.

 

Debora Barletta, Coordinatrice No Hate Speech Movement Italia

 

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