Mi piacerebbe iniziare questo articolo dalla fine, dall’esito di quella telefonata al 118: la morte di una persona. Mi piacerebbe iniziare dalla fine perché pare che si stia perdendo la bussola empatica su ciò che ci circonda, quasi come se vedere morire qualcuno in un video rendesse la fine meno reale. Come se fosse un post tra i tanti nello scroll infinito, già pronto per essere commentato prima ancora di essere capito.
Abderrahim Fakir aveva 43 anni ed è morto ammanettato durante un intervento a cui hanno preso parte polizia e 118, chiamati da alcuni residenti del Pilastro, a Bologna, perché l’uomo era in stato di agitazione. Sui fatti specifici di quei minuti indaga ora la Procura.
Però quella persona, quel corpo ai margini non era solo Fakir. Era anche Federico Aldrovandi morto a Ferrara nel 2005 durante un fermo di polizia, era Giuseppe Uva morto a Varese nel 2008 dopo un fermo e un trattamento sanitario obbligatorio, era Stefano Cucchi morto a Roma nel 2009 dopo un arresto, e anche Riccardo Magherini morto a Firenze nel 2014 durante un fermo dei carabinieri. Vicende diverse accomunate dall’uso della forza, marginalità e responsabilità dello stato.
Sono i nomi che l’Italia ha imparato a conoscere uno dopo l’altro, e a riconoscere in un unico corpo ai margini della società, etichettati come devianti e per questo non meritevoli di tutela. Sono gli outsiders di cui parla Becker.
Più precisamente, persone con comportamenti legati ad alcolismo, tossicodipendenza e agitazione psichica vengono etichettate come devianti da una istituzione o dall’opinione pubblica perché non conformi alla “normalità” fissata entro un certo limite dalla società stessa. E il limite della normalità casualmente è valicato solo da chi ha diverso colore della pelle, diversa religione, diversa identità di genere e orientamento sessuale, diversa abilità psichica. Poi, una volta applicata l’etichetta deviante il soggetto viene osservato, trattato e interpretato attraverso quella categoria, indipendentemente dai suoi comportamenti successivi.
Molto spesso l’etichetta finisce per essere interiorizzata dal deviante stesso, doppiamente vittima di abusi fisici – fino alla morte – e di colpevolizzazione, come dimostrano molti commenti d’odio sulla morte di Fakir. Ad esempio “se l’è cercata”, “aveva precedenti”, “tanto rumore per un immigrato”. Ma tutto questo non basta.
In aggiunta, scatta il meccanismo di superiorità morale e istituzionale sulla persona deviante. Con non poche difficoltà a volte, scatta il TSO per proteggere gli altri e soprattutto per proteggere il corpo ai margini, che è meritevole di cura ma non titolare di diritti. Una cura decisa da noi, coercitiva, mortale. Infatti, Fassin parla di biolegittimità di una persona il cui valore, oggi, non risiede più nei suoi diritti politici o sociali, ma solo nella sua nuda vita biologica. Banalmente, una persona migrante spesso ottiene asilo solo se riesce a dimostrare di essere gravemente malato o vittima di torture, riducendo la sua storia al suo corpo sofferente. Quali vite meritano di essere salvate, protette o piante, e quali invece possono essere sacrificate o ignorate?
Ne conviene che non tutte le vite assumono lo stesso valore per lo stato, diventano vite diseguali, e alcuni corpi da curare in realtà diventano corpi da disciplinare. È il meccanismo della medicalizzazione della devianza di Conrad che avviene quando comportamenti precedentemente etichettati come criminali o immorali vengono ridefiniti in termini medici. Con l’intervento di sanitari e polizia tramite il TSO, l’individuo perde temporaneamente il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo per tutelare sé e gli altri; tuttavia, quando l’intervento di “cura” vede l’imposizione forzata di pratiche di contenimento violente da parte delle forze dell’ordine, il contenimento a terra su un asfalto rovente o la compressione toracica diventano letteralmente un abuso di potere sulla persona in stato di forte agitazione psichica.
Infatti, un filone di ricerca internazionale sulle morti avvenute durante interventi di contenzione fisica in contesti di crisi psichiatrica ha evidenziato come troppo spesso le morti per delirio sono diventate categorie diagnostiche usuali per giustificare un decesso, scollegandolo totalmente dalla forza fisica applicata in quel momento. In questo modo, il rischio che le morti da interventi coercitivi siano trattate come cause mediche autonome e quindi date per scontate diventa sempre più reale e le pratiche sempre più legittimate.
Cosa ha innescato una morte? A ben pensare si dovrebbe rispondere con parole chiave come empatia, giustizia, vicinanza. Eppure la morte di Fakir ha rapidamente generato odio e polarizzazione, culminando nella violenza.
Possibile che la prima risposta di fronte a una morte sia ancora il sospetto, il giudizio o l’odio? Bisognerebbe ripartire dalla capacità di riconoscere una persona prima ancora di una categoria. Bisognerebbe restituire complessità ai fatti e pretendere che la cura non sia mai separata dal rispetto della persona.
E forse un giorno riusciremo a interrompere la catena dell’odio.
