Giugno mese dei Pride

da | Giu 25, 2026 | Approfondimenti, News, Riflessioni e progetti della rete

I Pride non esistono perché alcune persone vogliono sentirsi speciali. Esistono perché per troppo tempo alcune persone non sono state considerate pienamente parte dello spazio pubblico.

Ogni anno, puntualmente, ritorna una domanda che viene presentata come provocazione o come richiesta di equilibrio: perché esiste il Pride e non esiste un Pride delle persone eterosessuali e cisgender?

È una domanda che appare neutra ma che in realtà contiene un presupposto implicito: che il Pride sia una celebrazione dell’identità LGBTQIA+ e non una pratica politica nata per rispondere a una condizione storica di esclusione. È un equivoco che continua a riproporsi perché tende a leggere il Pride come se fosse una festa identitaria anziché uno strumento di rivendicazione collettiva.

Per comprendere perché non esista un Pride delle persone cisgender ed eterosessuali bisogna partire proprio da qui: il Pride non nasce per premiare un orientamento sessuale o un’identità di genere, ma per reagire a sistemi sociali, culturali e istituzionali che per secoli hanno prodotto gerarchie di cittadinanza.

La domanda corretta allora non è: perché non esiste il Pride etero?

La domanda è: quale problema storico, politico o sociale dovrebbe affrontare?

La risposta è che quel problema strutturale non esiste.

 

La differenza non è morale: diritti familiari, riconoscimento pubblico e identità di genere

Non significa che una persona eterosessuale o cisgender non possa soffrire, subire violenza o vivere discriminazioni per altre ragioni. Significa qualcosa di diverso: non esiste una storia sistematica di criminalizzazione, esclusione e limitazione dei diritti fondata sull’essere eterosessuali o cisgender.

Non esistono Paesi in cui essere eterosessuale sia un reato. Non esistono Stati che prevedano il carcere o la pena di morte per relazioni eterosessuali consensuali. Non esistono persone che abbiano dovuto attraversare confini, chiedere asilo internazionale o ottenere protezione umanitaria perché perseguitate in quanto eterosessuali. Non esistono ordinamenti che considerino illegale essere cisgender. Nessuna persona è mai stata costretta a dimostrare davanti allo Stato di essere davvero uomo o donna perché il proprio genere coincideva con quello assegnato alla nascita, mai perseguitata da un apparato pubblico semplicemente per essere cisgender.

Lo stesso vale per il piano familiare. Nessuna persona eterosessuale ha dovuto aspettare decenni per ottenere il riconoscimento della propria relazione, ha dovuto portare il proprio matrimonio davanti alle Corti per sentirsi dire che amare il proprio partner meritava tutela giuridica, ha dovuto dimostrare di essere un genitore adeguato nonostante il proprio orientamento eterosessuale, ha mai rischiato di perdere i figli perché percepito come eterosessuale oppure incontra ostacoli alla genitorialità per il solo fatto di essere eterosessuale.

Anche nella vita quotidiana il confronto diventa evidente. Una coppia eterosessuale che si tiene per mano raramente deve interrogarsi sul contesto, sulla strada, sul quartiere o sull’orario. Una persona eterosessuale non deve valutare se presentare il proprio partner ai colleghi possa compromettere il clima lavorativo. Una persona cisetero non deve fare coming out come tale o viene buttata fuori da casa perché eterosessuale, o ancora cresce con il timore che la propria famiglia possa considerare il proprio orientamento un fallimento morale. Non c’è chi sostiene che parlare di eterosessualità renda eterosessuali o accusa le persone eterosessuali di fare propaganda semplicemente esistendo nello spazio pubblico.

La rappresentazione eterosessuale non genera campagne contro libri, film, scuole o biblioteche. Non si sente chiedere di eliminare personaggi eterosessuali dai programmi scolastici o si considera l’eterosessualità una minaccia per l’infanzia.

Ancora più evidente è il piano dell’identità di genere. Le persone cisgender non sono oggetto di dibattiti pubblici permanenti sulla legittimità della propria esistenza. Non viene sostenuto che essere cisgender sia una moda, non ci sono percorsi per “guarire” dall’essere cisgender. Non si discute se una persona cisgender possa usare un bagno e non si costruiscono campagne politiche per limitare l’accesso delle persone cisgender agli spazi pubblici. Non viene messo sistematicamente in dubbio il nome, il corpo o l’identità di una persona cisgender.

 

Perché nasce il Pride. Il caso Roma Pride e Keshet Italia

Questa differenza non serve a creare gerarchie del dolore; serve a comprendere che il Pride non nasce per dire che alcune persone valgono di più. Nasce perché alcune persone sono state trattate come se valessero di meno.

Per questo il Pride non è il contrario dell’eterosessualità.

È il contrario della discriminazione ed è proprio quando si perde questa consapevolezza che iniziano le strumentalizzazioni.

Negli ultimi anni il Pride è diventato uno spazio sempre più osservato, commentato e attraversato da soggetti esterni che spesso sembrano interessati meno alle rivendicazioni della comunità e più alla possibilità di utilizzare la sua visibilità.

Uno degli esempi più discussi è stato il dibattito sviluppatosi attorno al Roma Pride e alla partecipazione dell’associazione Keshet Italia.

Il caso è stato raccontato in molti modi ma il punto di partenza è relativamente semplice: come avviene per altre realtà che partecipano con un carro, anche a Keshet è stato richiesto di aderire al manifesto politico della manifestazione. Tra i contenuti del documento era presente una presa di posizione sul conflitto in Palestina e sull’utilizzo del termine genocidio rispetto alle azioni del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. Questa posizione si inserisce in un dibattito internazionale che ha coinvolto numerose realtà LGBTQIA+ attraverso slogan come “No Pride in Genocide” e “Not in my name”, nati per contestare l’utilizzo dei diritti LGBTQIA+ come elemento di legittimazione geopolitica.

Keshet non ha condiviso il contenuto del manifesto, di conseguenza non avrebbe partecipato con un proprio carro. Una dinamica che, secondo quanto dichiarato dalle stesse organizzazioni, non rappresentava un’esclusione mirata ma l’applicazione di una regola generale prevista per tutte le soggettività partecipanti.

Eppure il dibattito pubblico si è rapidamente trasformato. In poco tempo il tema non è più stato il rapporto tra adesione politica e partecipazione al Pride ma l’accusa che il Roma Pride fosse diventato uno spazio antisemita. Sono arrivate prese di posizione pubbliche, richieste di intervento istituzionale, dichiarazioni di personalità politiche e mediatiche.

Il punto però non era mai stato l’identità ebraica dell’associazione. Il nodo era il rapporto tra partecipazione e adesione politica.

Alla fine il confronto tra Roma Pride e Keshet ha prodotto una soluzione coerente con quanto dichiarato fin dall’inizio: nessuna esclusione selettiva, ma riconoscimento reciproco dell’assenza delle condizioni per la partecipazione del carro.

 

Chi parla oggi dei Pride? E chi li usa?

Il caso però lascia una domanda più ampia. Chi parla oggi dei Pride? E soprattutto: chi li usa?

È una domanda che riguarda il presente dei Pride molto più di quanto sembri.

Perché il conflitto oggi non è soltanto tra chi sostiene e chi contesta i diritti LGBTQIA+. Sempre più spesso il conflitto attraversa il significato stesso del Pride e il modo in cui questo spazio viene occupato, rappresentato e utilizzato.

I Pride nascono come momenti di conflitto politico e di costruzione collettiva. Non sono mai stati cortei neutrali e non sono mai stati semplicemente eventi culturali. Fin dalle loro origini sono stati luoghi in cui persone escluse dalla cittadinanza piena hanno occupato lo spazio pubblico per dire qualcosa di molto semplice: esistiamo, non ci nascondiamo e pretendiamo che questo produca conseguenze materiali.

Per questo motivo il rapporto con la politica istituzionale è sempre stato complesso: da una parte i Pride hanno bisogno della politica, le leggi non cambiano da sole e le tutele non si producono spontaneamente, i finanziamenti ai progetti educativi, le campagne contro i discorsi d’odio, i percorsi formativi nelle scuole, il sostegno ai centri antidiscriminazione, le politiche di salute, gli strumenti contro le discriminazioni lavorative e familiari richiedono relazioni istituzionali, capacità di interlocuzione e alleanze; dall’altra parte esiste un rischio reale: che il Pride smetta di essere uno spazio di rivendicazione per diventare una vetrina.

Ogni anno assistiamo alla stessa dinamica. Partiti politici che durante il resto dell’anno non depositano proposte, non costruiscono reti territoriali, non partecipano alle battaglie quotidiane e che improvvisamente nel mese di giugno scoprono l’importanza della comunità LGBTQIA+.

Questo fenomeno non riguarda una sola area politica. Riguarda chiunque utilizzi il Pride come dispositivo di legittimazione pubblica, partecipare a una manifestazione una volta l’anno non sostituisce il lavoro politico, scattare una fotografia con una bandiera arcobaleno non equivale a difendere i diritti.

 

Provocazioni, visibilità e centralità mediatica

Allo stesso modo, essere presenti al Pride non produce automaticamente alleanza.

Un esempio emblematico è stato il tentativo di utilizzare il Roma Pride come spazio di provocazione politica attraverso la presenza di Mario Adinolfi con la bandiera di Israele.

La presenza è stata raccontata da molti come un gesto di sostegno, ma nel dibattito pubblico è stata letta anche come un’operazione simbolica che poco aveva a che fare con il sostegno ai diritti LGBTQIA+ e molto con la ricerca di centralità mediatica dentro una discussione già polarizzata.

Ed è qui che emerge una questione importante: se il Pride è uno spazio politico, allora non può essere neutrale ma se è uno spazio politico, non può nemmeno diventare proprietà di chi ha più visibilità.

Le persone alleate dovrebbero partecipare ai Pride per sostenere rivendicazioni che scelgono di sostenere anche il resto dell’anno e la politica dovrebbe stare al Pride come interlocutrice, non come protagonista perché quando il centro della scena diventano i partiti, le dichiarazioni o le provocazioni, il rischio è che le persone LGBTQIA+ tornino a essere ciò che troppo spesso sono state nella storia: oggetto del dibattito invece che soggetto politico.

 

Pride alternativi, istituzioni e confini dell’inclusione

Negli ultimi anni, anche come reazione a queste dinamiche, sono nati o si sono rafforzati Pride alternativi: spazi che rivendicano maggiore radicalità politica, minore istituzionalizzazione e una distanza netta dai partiti e da alcune categorie considerate incompatibili con la storia dei movimenti. Dentro questa tensione si colloca anche il dibattito che ha coinvolto Polis Aperta, associazione composta da appartenenti alle forze dell’ordine LGBTQIA+, in alcuni contesti la loro presenza è stata contestata sulla base dell’idea che le istituzioni di polizia rappresentino strutture storicamente antagoniste rispetto ai movimenti di liberazione. La questione non è nuova.

Molti movimenti nel mondo hanno discusso sul rapporto tra Pride, istituzioni e apparati di sicurezza ma proprio qui emerge una seconda domanda. Quando una critica strutturale verso un’istituzione rischia di trasformarsi in esclusione verso le persone che ne fanno parte? E ancora: come si costruiscono spazi realmente inclusivi senza produrre nuove categorie di esclusi? Questa domanda non ha una risposta semplice.

Perché da un lato è legittimo che i Pride alternativi scelgano autonomia politica e definiscano i propri confini. Dall’altro esiste il rischio che il linguaggio dell’autonomia venga utilizzato per legittimare esclusioni che finiscono per colpire persone LGBTQIA+ sulla base della loro professione, del loro ruolo o della loro appartenenza istituzionale; una tensione che merita di essere affrontata con onestà.

Il tema non è soltanto chi entra al Pride. Il tema è quale comunità si vuole costruire. Una comunità che rinuncia completamente ai rapporti con le istituzioni rischia di perdere strumenti fondamentali per incidere, perché servono fondi (e potrebbe essere visto come utilità o come un ricatto morale): servono percorsi formativi, servono progetti nelle scuole, servono campagne culturali, servono interventi contro i discorsi d’odio, servono risorse per rendere i diritti concreti. Pensare che il cambiamento possa vivere esclusivamente nello spazio del conflitto significa dimenticare che i diritti si conquistano nelle piazze ma si consolidano anche nelle istituzioni.

E allo stesso tempo immaginare che basti il sostegno istituzionale significa dimenticare che quasi nessuna conquista LGBTQIA+ è arrivata spontaneamente dall’alto.

La forza storica dei Pride è sempre stata questa: essere abbastanza radicali da immaginare il cambiamento e abbastanza concreti da pretendere che diventi realtà.

 

La sfida attuale: il senso del Pride dove c’è frattura democratica

La sfida più difficile del presente? Difendere il significato politico dei Pride senza trasformarli in spazi di appartenenza esclusiva, costruire alleanze senza accettare strumentalizzazioni, restare in apertura senza smettere di avere una posizione.

Non si può rendere il Pride neutrale. Il Pride non è mai stato neutrale.

Si deve evitare che venga svuotato: questo vale tanto per chi prova a utilizzarlo per ottenere consenso quanto per chi rischia di trasformarlo in un luogo incapace di parlare oltre i propri confini.

In fondo tutte le discussioni che attraversano oggi i Pride (chi può partecipare, con quali regole, con quale linguaggio, con quali simboli e con quali alleanze) nascono dalla stessa domanda di fondo: a cosa serve ancora il Pride? La risposta è che serve ancora esattamente per ciò per cui è nato: non per celebrare una differenza ma per rendere visibile una disuguaglianza.

Per questo non esiste un Pride eterosessuale: perché non esiste una storia di secoli di criminalizzazione delle persone eterosessuali e cisgender, non esistono generazioni costrette a nascondersi, non esistono relazioni vietate, non esistono campagne internazionali per eliminare la loro visibilità, non esistono persone costrette a scegliere tra sicurezza e autenticità per il solo fatto di essere eterosessuali o cisgender.

Questo non rende meno degna la vita delle persone eterosessuali; rende evidente una cosa diversa: che il Pride nasce dove esiste una frattura democratica.

Quella frattura, ancora oggi, esiste. Esiste quando una persona valuta se tenere per mano il proprio partner, esiste quando una persona transgender rinuncia a un colloquio per paura della reazione ai documenti, esiste quando una famiglia viene considerata meno famiglia di un’altra, esiste quando un ragazzo o una ragazza imparano che parlare di sé può significare perdere relazioni, lavoro, sicurezza o appartenenza, esiste quando la presenza stessa di alcune persone viene trasformata in argomento politico, esiste quando si continua a chiedere alle persone LGBTQIA+ di giustificare la propria esistenza invece di interrogare i sistemi che producono esclusione.

Per questo che il Pride continua a essere necessario: perché il suo obiettivo non è ottenere applausi, è rendere evidente ciò che troppo spesso diventa invisibile. Non è convincere che le persone LGBTQIA+ meritino privilegi, è ricordare che i diritti non sono concessioni e che la dignità non è negoziabile.

In questo senso il Pride riguarda anche chi non appartiene alla comunità perché misura la qualità della democrazia, misura la capacità di una società di convivere con le differenze senza trasformarle in gerarchie, misura quanto spazio concediamo alla libertà quando non coincide con la nostra esperienza personale, soprattutto misura quanto siamo disposti a difendere diritti che non ci servono direttamente.

Oggi le persone LGBTQIA+ continuano a essere tra i gruppi più esposti ai discorsi e ai fenomeni d’odio, alla disinformazione, alla violenza simbolica, alle aggressioni fisiche, all’esclusione sociale e alle campagne che mettono in discussione la loro stessa legittimità nello spazio pubblico.

Subiscono violenze nei linguaggi, nelle istituzioni, nei media, nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e nelle strade, ed ecco che il Pride resta necessario: finché esisterà il dovere di spiegare perché merita gli stessi diritti degli altri, il Pride non sarà una festa. Sarà una manifestazione di democrazia … fatta anche in modo festoso, perché no!?

Matteo Mammini

Matteo Mammini

Avvocato e attivista LGBTQIA+, vicepresidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine di Firenze. In Rete Lenford è referente per la Toscana e coordina il gruppo penale e penitenziario. Cofondatore del centro antiviolenza “Anemone” e collaboratore del CAD “Altre Sponde”. Coautore di Quanti generi di diversità, sul linguaggio ampio e il contrasto all’odio on-line a matrice omobilesbotransinterafobica.