“La Repubblica è di chi la abita”. Lo slogan del Roma Pride 2026 parte dall’idea che i diritti non siano privilegi concessi ad alcune persone, ma strumenti che rendono possibile una convivenza libera, sicura e dignitosa. I diritti LGBTQIA+ non tutelano soltanto una comunità specifica, ma riguardano il funzionamento stesso della democrazia perché una società è davvero libera solo quando tutte le persone che la compongono lo sono.
Questa visione suona come una rivendicazione se inserita all’interno del contesto italiano ed europeo in cui le persone LGBTQIA+ continuano ad essere bersaglio di attacchi e oggetto di campagne d’odio da parte delle istituzioni e dei media. Solo negli ultimi giorni stiamo assistendo ad una serie di episodi emblematici, tra cui dibattito intorno al Roma Pride e alla partecipazione dell’associazione ebraica LGBTQIA+ Keshet, la pubblicazione della Carta Arcobaleno dell’Ordine dei Giornalisti, la pubblicazione della Rainbow Map 2026 e la campagna istituzionale promossa dalla rete RE.A.DY. Casi differenti che raccontano la stessa realtà: la crescente difficoltà di difendere uno spazio pubblico realmente partecipativo. Oggi il conflitto non riguarda più soltanto i diritti della comunità LGBTQIA+, ma il modo in cui la società, i media e la politica scelgono di parlare di uguaglianza.
Il ruolo dei Pride oggi
Per questi motivi il Pride non è soltanto una celebrazione (non lo è mai stata), ma una risposta collettiva e politica alle sfide del presente. Fin dalle sue origini il Pride nasce come manifestazione di protesta, per rivendicare diritti, visibilità e libertà contro discriminazioni, violenze ed esclusione sociale. Le rivendicazioni LGBTQIA+ si sono sempre sovrapposte alle questioni sociali, tra cui le discriminazioni sul lavoro, le disuguaglianze economiche, le difficoltà di accesso ai servizi, la mancanza di tutele familiari e pensionistiche. Per questo i Pride non sono mai soltanto momenti di festa, ma spazi pubblici in cui si portano avanti richieste di riconoscimento e di uguaglianza. Eppure questo sembra proprio il nodo cruciale di chi odia la comunità LGBTQIA+: oggi parlare di diritti sembra essere diventato un problema invece che un dovere democratico, al punto tale che chi chiede uguaglianza riceve l’accusa di fare propaganda o di promuovere “l’ideologia gender”.
È proprio in questo contesto che i Pride assumono oggi un valore fondamentale: ridurli a semplici feste significa decolorare il loro ruolo politico e sociale. Le manifestazioni rappresentano spazi di dibattito, in cui la presenza fisica e la rappresentazione artistica e musicale consentono di portare avanti richieste di diritti civili e sociali, e prese di posizione politiche e dibattiti internazionali.
Un esempio è il dibattito intorno al Roma Pride e alla partecipazione dell’associazione ebraica LGBTQIA+ Keshet. Contrariamente a quanto riportato da alcune ricostruzioni mediatiche, il Pride non ha “escluso” l’associazione in modo arbitrario perché la partecipazione ai carri è subordinata all’adesione a un documento politico che definisce i principi e le posizioni della manifestazione. In questo quadro, l’associazione Keshet non ha aderito al documento politico e per questo non parteciperà con un proprio carro, al pari di altre Organizzazioni. L’episodio rimanda a quanto accaduto durante l’edizione dello scorso anno del Roma Pride, durante il quale il carro dell’associazione Keshet aveva deciso di non osservare il minuto di silenzio dedicato al genocidio a Gaza.
Perché un movimento per i diritti delle persone LGBTQIA+ si occupa anche di altre violazioni dei diritti umani? La risposta a questo interrogativo è da ricercare nella storia stessa del movimento, segnata spesso da doppi standard, in cui alcune vittime hanno avuto riconoscimento e tutela maggiori rispetto ad altre, creando di fatto gerarchie nell’attenzione pubblica e istituzionale. Allora risulta chiaro che il Pride non riguarda soltanto la comunità LGBTQIA+, ma la qualità e la tenuta della democrazia stessa.
Una società realmente democratica dovrebbe considerare il contrasto alle discriminazioni un valore condiviso e non un tema divisivo. In questo senso i Pride rappresentano veri e propri esercizi di democrazia.
Sono sempre più evidenti i tentativi di strumentalizzare la comunità come una bandierina da issare sulle proprie giacche (rainbow washing), così come i tentativi di utilizzare la visibilità e i loro corpi per deviare il tema su altre questioni. Eppure chiunque dovrebbe tenere bene a mente che i diritti LGBTQIA+ sono diritti umani fondamentali.
Il ruolo dei media e la Carta Arcobaleno
In questo contesto, la nascita della Carta Arcobaleno – il codice deontologico che invita i media a utilizzare un linguaggio corretto e rispettoso quando trattano temi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere – è già di per sé una notizia. Significa infatti che ancora oggi abbiamo bisogno di linee guida perché le narrazioni mediatiche continuano a utilizzare stereotipi, toni sensazionalistici o termini discriminatori. La Carta Arcobaleno, infatti, chiede ai giornalisti di evitare stereotipi di genere, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona o patologizzanti, e ancora evitare titoli ambigui, sensazionalistici o stigmatizzanti. Invita inoltre a tutelare la privacy, utilizzare nomi e pronomi scelti dalle persone interessate, consultare fonti qualificate e contestualizzare le notizie senza trasformare orientamento sessuale o identità di genere in elementi di spettacolarizzazione.
La Carta Arcobaleno non rappresenta soltanto una guida per chi lavora nel settore della comunicazione, ma una cartina al tornasole che richiama il mondo dell’informazione alle proprie responsabilità perché il modo in cui i media rappresentano la realtà contribuisce infatti a costruire il mondo in cui viviamo. Più in generale, chiunque abbia un microfono in mano e goda di una qualche rappresentatività non esprime solo la propria visione, ma legittimare riflessioni e comportamenti.
La lunga strada da fare delle campagne istituzionali
Per questi motivi la Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio è intervenuta pubblicamente in merito alla campagna di sensibilizzazione promossa dalla Rete RE.A.DY (la Rete nazionale delle Regioni e degli Enti Locali contro le discriminazioni) in occasione del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omolesbobitransinterafobia. L’intento della campagna appare chiaro e pienamente condivisibile: mostrare come atti linguistici apparentemente “banali”, “ironici” o percepiti come marginali producano, in realtà, conseguenze profonde sulla vita delle persone LGBTQIA+.
Tuttavia, proprio perché si tratta di una campagna istituzionale destinata ad essere veicolata da pubbliche amministrazioni, riteniamo necessario interrogarsi non soltanto sull’intenzione comunicativa, ma anche sugli effetti concreti del linguaggio utilizzato, sui meccanismi semiotici attivati e sulle possibili ricadute percettive e culturali. Attraverso le locandine infatti si promuove linguaggio violento, vittimizzazione secondaria, contrapposizioni discorsive che trascurano le ipotesi di reato, sessualizzazioni.
Omolesbobitransinterafobia in Europa
Allargando lo sguardo al contesto europeo, la fotografia scattata dalla Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe conferma il peggioramento sui diritti LGBTQIA+. La classifica che valuta il livello di tutela delle persone LGBTQIA+ nei paesi europei mostra un continente diviso tra Stati avanzano sul piano dei diritti ed altri che registrano arretramenti evidenti, tra cui l’Italia che occupa il 36 esimo posto su 49. La Rainbow Map dimostra che i diritti non sono mai garantiti per sempre, ma sono frutto di politiche, campagne e scelte istituzionali che possono tutelare o ledere il principio di uguaglianza.
Anche nel Regno Unito la situazione appare sempre più pesante, come denuncia il report di Amnesty International UK. Secondo l’analisi, negli ultimi anni si è sviluppata una rete sempre più organizzata di gruppi anti-persone trans capace di influenzare media, politica e dibattito pubblico. Il rapporto denuncia come le persone transgender siano diventate il centro delle cosiddette “culture wars”, attraverso una narrazione costruita soprattutto da giornali, campagne politiche e organizzazioni conservatrici.
È per questo che i Pride restano oggi uno strumento di protesta e di democrazia: finché i diritti di tuttə non saranno pienamente garantiti, continueranno a essere una presenza necessaria nello spazio pubblico. Ed è per questo che invitiamo chi ci legge a cercare e partecipare ai Pride che nel mese di giugno si terranno in tutta Italia: per supportare la comunità LGBTQIA+ e per assumersi la responsabilità di difendere l’uguaglianza, la libertà e la democrazia.
