Comunicato sulla campagna istituzionale promossa da rete RE.A.DY

da | Mag 20, 2026 | News

Sulla campagna istituzionale promossa dalla rete RE.A.DY del 17 maggio: riflessioni e appello in materia di comunicazione pubblica contro il linguaggio d’odio

 

La Rete nazionale per il contrasto ai discorsi e ai fenomeni d’odio interviene pubblicamente in merito alla campagna di sensibilizzazione promossa dalla Rete RE.A.DY e veicolata attraverso enti locali e regionali in tutto il Paese in occasione del 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omolesbobitransinterafobia.

Lo facciamo con spirito costruttivo e nel pieno riconoscimento del lavoro che la Rete RE.A.DY svolge dal 2006 nel coordinamento di amministrazioni pubbliche sul contrasto alle discriminazioni e nella promozione dei diritti delle persone LGBTQIA+. Proprio per il valore istituzionale e l’autorevolezza che questa Rete ricopre, riteniamo che la sua produzione comunicativa meriti un’analisi seria, tecnica e socio-linguistica, e che il dibattito pubblico sulle modalità più efficaci di contrasto al linguaggio d’odio sia parte integrante della responsabilità di tutte le reti che operano in questo ambito.

L’intento della campagna appare chiaro e pienamente condivisibile: mostrare come atti linguistici apparentemente “banali”, “ironici” o percepiti come marginali producano, in realtà, conseguenze profonde sulla vita delle persone LGBTQIA+. Tuttavia, proprio perché si tratta di una campagna istituzionale destinata ad essere veicolata da pubbliche amministrazioni, riteniamo necessario interrogarsi non soltanto sull’intenzione comunicativa, ma anche sugli effetti concreti del linguaggio utilizzato, sui meccanismi semiotici attivati e sulle possibili ricadute percettive e culturali.

Le quattro locandine che compongono la campagna condividono la medesima struttura narrativa: una scritta offensiva riportata su un muro o in uno spazio pubblico; un claim che contrappone la percezione del destinatario (“per te”) alle conseguenze sulla persona colpita; una chiusura istituzionale sul contrasto all’odio. È proprio questa struttura oppositiva a generare, a nostro avviso, le principali criticità.

 

La locandina “Manuel frocio”

La prima e più problematica locandina riporta la scritta “Manuel frocio” su quello che appare come il muro di un bagno pubblico o scolastico, accompagnata dal claim: “Per te è una risata. Per Manuel è una scuola dove non vuole andare”.

Sotto il profilo linguistico e semiotico, la parola “frocio” occupa una posizione centrale, pienamente leggibile e visivamente dominante. Si tratta di un termine storicamente utilizzato come insulto omofobico e strumento di marginalizzazione sociale che, in questa campagna, non appare mediato da alcun dispositivo grafico, narrativo o discorsivo che ne segnali in modo inequivocabile la condanna: non vi sono marcatori linguistici di distanza, contestualizzazioni esplicite o elementi visivi che ne ridimensionino la portata offensiva.

Il rischio è che il messaggio non operi una reale decostruzione del linguaggio d’odio, ma finisca involontariamente per riprodurlo e normalizzarlo. Le parole d’odio possono certamente essere oggetto di processi di depotenziamento e riappropriazione linguistica; tuttavia, tali processi avvengono storicamente quando è il gruppo direttamente colpito a riappropriarsi del termine in modo consapevole, situato e politicamente elaborato. L’evoluzione del termine “queer” rappresenta un esempio paradigmatico, così come l’uso della cosiddetta “N-word” entro codici comunicativi precisi delle comunità afrodiscendenti e non universalizzabili. Nel caso in esame, invece, l’utilizzo della parola “frocio” non si inserisce in un processo di riappropriazione comunitaria, ma in una comunicazione istituzionale rivolta ad un pubblico generalista: il termine non viene trasformato, ma semplicemente riproposto nello spazio pubblico. Per molte persone LGBTQIA+ quella parola non rappresenta un esempio astratto di discriminazione, ma un’esperienza concreta di violenza verbale; la sua esposizione pubblica, senza adeguate cornici interpretative, può risultare riattivante sul piano emotivo più che realmente educativa sul piano sociale.

Una seconda criticità riguarda il claim “Per Manuel è una scuola dove non vuole andare”. La formulazione produce uno slittamento implicito della responsabilità sulla persona colpita: linguisticamente, il focus viene posto sul “non voler andare” di Manuel, anziché sull’esistenza di un ambiente scolastico ostile e insicuro che rende impossibile una frequenza serena. È una costruzione che rischia di generare una forma di vittimizzazione secondaria, in cui il soggetto discriminato appare indirettamente come colui che “sceglie” l’isolamento, anziché come una persona costretta ad allontanarsi da un contesto violento.

 

La locandina “Le perversioni vanno curate”

La seconda locandina presenta la scritta “Le perversioni vanno curate” accompagnata dal claim: “Per voi è una provocazione. Per un’associazione LGBTQIA+ è una minaccia”.

Definire quella frase una “minaccia” soltanto in relazione alla percezione di un’associazione LGBTQIA+ produce un effetto ambiguo. Non si tratta, infatti, di una frase che “diventa” minacciosa perché qualcuno la percepisce tale: si tratta di una formulazione che, sul piano linguistico, storico e giuridico, richiama direttamente pratiche patologizzanti e narrative discriminatorie, evocando il lessico delle terapie riparative e delle storiche pratiche di medicalizzazione dell’identità LGBTQIA+.

La struttura “Per voi… Per…” crea inoltre una contrapposizione discorsiva tra un “voi” – implicitamente rappresentato come distante o insensibile – e un “loro” percepito come più vulnerabile o reattivo. Questo meccanismo oppositivo rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare lo stereotipo secondo cui le persone LGBTQIA+ o le associazioni che le rappresentano “si offendono troppo” o “interpretano come violenza ciò che sarebbe soltanto provocazione”. Anche qui si verifica dunque uno slittamento problematico: l’attenzione viene posta non sulla natura oggettivamente discriminatoria della frase, ma sulla reazione di chi la subisce.

 

La locandina “Flavia è lesbica perché le manca il cazzo”

La terza locandina presenta una scritta ulteriormente problematica, accompagnata dal testo: “Per te è uno scherzo. Per Flavia sono giorni chiusa in casa”.

Qui non vi è soltanto un outing o un insulto omolesbobitransinterafobico, ma una costruzione apertamente sessista e misogina che riduce l’orientamento sessuale lesbico ad una mancanza o ad una deviazione rispetto alla sessualità maschile. La frase presuppone implicitamente che la sessualità femminile esista in funzione dell’uomo e che l’omosessualità lesbica derivi da una privazione o da un deficit: una costruzione profondamente radicata nella cultura patriarcale e storicamente utilizzata per delegittimare l’autodeterminazione sessuale delle donne.

Anche il claim pone problemi significativi. La formula “Per te è uno scherzo” appare difficilmente sostenibile sul piano realistico e sociolinguistico: una frase di questo tipo non viene generalmente prodotta come semplice “scherzo”, ma come atto deliberatamente offensivo e umiliante. Definirla “scherzo” rischia pertanto di attenuarne la violenza simbolica. Il secondo segmento – “Per Flavia sono giorni chiusa in casa” – ripropone inoltre il medesimo slittamento riscontrato nella locandina precedente: l’attenzione si concentra sulla reazione della vittima, senza esplicitare il contesto di violenza sociale che determina quella condizione. Manca una chiara contestualizzazione dell’effetto prodotto dalla scritta: Flavia è chiusa in casa perché teme outing, isolamento sociale, aggressioni? La campagna lascia il messaggio sospeso, attribuendo implicitamente alla vittima una condizione di fragilità individuale più che rappresentare il contesto discriminatorio che la produce.

Va inoltre evidenziata una differenza sostanziale rispetto alla locandina su Manuel: in quel caso l’insulto si esaurisce nell’etichettamento offensivo; qui, invece, il messaggio costruisce una spiegazione della lesbicità, attribuendole una causa degradante e sessualizzata. Questo rende la scritta qualitativamente più aggressiva e ideologicamente più pericolosa, perché non si limita a insultare, ma produce una narrazione patologizzante dell’orientamento sessuale.

 

La locandina “Franca è un uomo”

L’ultima locandina riporta la scritta “Franca è un uomo” su una macchina del caffè, chiaro richiamo ad un ambiente lavorativo e agli spazi informali della socialità professionale. Il claim recita: “Per te è gossip. Per Franca è un altro posto di lavoro da cambiare”.

Tra le quattro, questa è probabilmente la locandina che meglio riesce a rappresentare il nesso tra outing, transfobia e conseguenze lavorative. Il riferimento al “gossip” evidenzia efficacemente la trasformazione dell’identità di genere in oggetto di discussione collettiva e voyeuristica all’interno del luogo di lavoro. È inoltre significativa la differenza linguistica rispetto alla locandina su Manuel: qui il testo non suggerisce che Franca “voglia” cambiare lavoro, ma che si trovi costretta a farlo, consentendo di rappresentare in modo più chiaro il rapporto tra discriminazione e perdita di sicurezza lavorativa.

Permangono, tuttavia, alcune criticità. La scritta “Franca è un uomo” non è semanticamente univoca per un pubblico generalista: chi possiede strumenti culturali o esperienza nell’ambito dell’attivismo LGBTQIA+ la riconduce immediatamente al misgendering e all’outing transfobico; tuttavia, una parte del pubblico potrebbe interpretarla diversamente, ad esempio come commento sull’espressione di genere o sulla non conformità rispetto agli stereotipi femminili. Formulazioni come “Franca in realtà è un uomo” oppure “Franca prima era un uomo” avrebbero reso più immediato il riferimento all’identità di genere e alla pratica dell’outing. Manca, infine, una cornice esplicita che renda evidente come simili condotte possano integrare discriminazioni rilevanti anche sul piano giuridico e lavoristico, oltre che sociale.

 

Una questione di responsabilità pubblica

Le riflessioni che precedono non riguardano soltanto questa specifica campagna. Riguardano un nodo più ampio che attraversa l’intero campo della comunicazione istituzionale sul contrasto all’odio: le parole non sono mai neutrali, e meno che mai lo sono quando vengono pronunciate da soggetti pubblici.

Una comunicazione istituzionale sul contrasto all’odio dovrebbe evitare di riprodurre il linguaggio discriminatorio senza adeguate mediazioni, prestare estrema attenzione ai processi di vittimizzazione secondaria ed evitare costruzioni discorsive che spostino, anche implicitamente, il focus dalla violenza subita alla reazione della persona colpita. La reiterazione integrale di insulti omolesbobitransinterafobici, soprattutto in assenza di una chiara cornice di condanna, rischia di produrre effetti controproducenti: normalizzazione del linguaggio d’odio, riattivazione traumatica per le persone colpite, ambiguità interpretative e rafforzamento di stereotipi già esistenti.

Particolarmente delicata appare, inoltre, la scelta di veicolare questa campagna attraverso pubbliche amministrazioni in occasione del 17 maggio. Alcuni enti hanno già percepito le vulnerabilità comunicative del materiale, scegliendo di sviluppare campagne alternative; altri hanno diffuso il materiale senza una piena consapevolezza delle criticità linguistiche, culturali e percettive che esso contiene. Riteniamo che questa disomogeneità debba essere oggetto di una riflessione condivisa, non lasciata alla sensibilità individuale di ciascuna amministrazione.

Vogliamo essere chiari: questo intervento non intende delegittimare il lavoro della Rete RE.A.DY né negarne il valore storico e istituzionale. Al contrario: significa prendere sul serio la responsabilità pubblica della comunicazione istituzionale e riconoscere il ruolo che le reti di società civile possono e devono giocare nell’accompagnare e arricchire le politiche pubbliche contro l’odio.

Ci rendiamo conto che la campagna è già stata diffusa, ma ci auguriamo comunque che sia possibile fare un passo indietro o farla quantomeno accompagnare da messaggi integrativi che offrano una decostruzione dei claim più problematici, così che si possa contribuire alla costruzione di spazi di riflessione critica comune. Siamo ovviamente a disposizione per supportare la produzione di tali messaggi e per supportare eventuali iniziative di integrazione.

Rivolgiamo inoltre un appello alle pubbliche amministrazioni che si apprestano a diffondere la campagna affinché valutino, ciascuna nell’ambito della propria autonomia, l’opportunità di accompagnarla con materiali di mediazione e contestualizzazione, e ci rendiamo disponibili anche in questa direzione.

Redazione

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