di Federico Faloppa, Professore di Language and discrimination presso l’Università di Reading, e referente scientifico della Rete
Scrivo queste righe nelle ore in cui alla Camera viene approvato il Decreto Sicurezza, venerdì 24 aprile. Come noto, il via libera da parte di Montecitorio è arrivato alla vigilia della scadenza del provvedimento, dopo una seduta fiume che ha impegnato l’Assemblea, di fatto, per due notti e un giorno. Al centro delle contestazioni delle opposizioni non solo i tempi ristrettissimi dell’esame nelle Commissioni e in Aula, ma anche – e soprattutto – l’impianto generale del provvedimento e, in particolare, la norma che prevede incentivi agli avvocati impegnati nell’assistenza ai rimpatri volontari: una disposizione sulla quale nei giorni scorsi ha espresso rilievi anche il Quirinale e che il Consiglio dei ministri, convocato a Palazzo Chigi subito dopo l’approvazione del decreto, dovrebbe rivedere e parzialmente stralciare.
Dal nostro punto di vista, questo Decreto – come anche il precedente, approvato nel settembre del 2024, come puntualmente spiegò Monica Gazzola con un approfondimento a suo tempo pubblicato nel sito della Rete – è un pessimo decreto, poiché punta esclusivamente sull’aumento dei controlli, sul rafforzamento dei poteri e della discrezionalità delle forze dell’ordine, su una declinazione a senso unico del concetto di sicurezza in termini di ordine pubblico, sull’ampliamento degli strumenti coercitivi (fermi preventivi e inasprimento delle pene) e sulla possibile compressione del diritto di protesta. Criminalizza inoltre i cosiddetti “maranza” – etichetta quanto mai vaga ma ormai applicata di fatto, e non a caso, a giovani in larga parte di seconda generazione – e, più in generale, ulteriormente le persone migranti, considerate non come ‘soggetti’ titolari di diritti o come attori sociali, ma come ‘oggetti’ da gestire, contenere, espellere. E anche se il famigerato incentivo di 615 euro proposto agli avvocati per ogni loro assistito che presentasse domanda di rimpatrio volontario (con l’esito di un rimpatrio effettivo) venisse effettivamente rimosso per ottenere il nulla osta del Capo dello Stato, il testo originario del decreto e il dibattito che ne ha accompagnato l’iter parlamentare hanno fatto passare una proposta chiaramente anticostituzionale come un’opzione razionale, tecnica, necessaria, producendo un effetto di legittimazione progressiva e di spostamento del confine di ciò che può essere considerato non solo dicibile, ma anche accettabile.
Secondo il nuovo testo, inoltre, i programmi di “rimpatrio assistito” non andrebbero più concordati soltanto con le organizzazioni internazionali che se ne occupano, ma anche con il Consiglio nazionale forense. La stessa norma prevede inoltre che le persone migranti a cui è stata respinta la richiesta d’asilo non avranno più diritto al gratuito patrocinio se presentano ricorso, cioè non saranno più assistite gratuitamente da un avvocato assegnato dallo Stato.
Di fatto, così, se pure il Decreto non cita la parola “remigrazione”, l’idea che il migrante sia da rimpatriare e che, anzi, chi ne facilita il rimpatrio – gli avvocati – possa ricevere un premio e trasformare “il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione” (Unione delle Camere Penali) è stata introdotta nel lessico politico-parlamentare. Cosa che risulta ancora più grave perché accaduta proprio nei mesi in cui il tema della remigrazione ha occupato i media ed è stato al centro di iniziative pubbliche, come la manifestazione organizzata dalla Lega a Milano il 18 aprile scorso.
Si è fatto strada, inoltre, il principio secondo il quale l’avvocatura dovrebbe essere subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dallo Stato: cosa “incompatibile con la Costituzione e con i princìpi più elementari della deontologia forense”, come si legge nella diffusa nei giorni scorsi dall’Unione delle Camere Penali. Distorcendo, inoltre – come ha fatto notare l’Associazione nazionale magistrati – la logica della tutela legale e mettendo una barriera economica all’accesso alla giustizia. E piegando lo stesso concetto di volontarietà: quale scelta, infatti, potrebbe dirsi libera se fosse condizionata da pressione istituzionale o asimmetria di potere?
Sono, queste, forzature costituzionali che non si discostano molto da quelle presenti nella proposta di legge di iniziativa popolare depositata dal Comitato Remigrazione e Riconquista all’inizio dell’anno. Una proposta già, giustamente, bollata come obbrobrio giuridico in ragione della sua evidente incostituzionalità rispetto alla Dignità Umana (art. 2 della Costituzione), che verrebbe inficiata da qualsiasi forma di deportazione; al Diritto di Asilo (art. 10), violato da politiche di allontanamento forzato verso paesi a rischio (in contrasto anche con il divieto di non-refoulement previsto dalle normative internazionali vigenti); al Principio di Uguaglianza (art. 3), poiché la proposta risulterebbe discriminante tra cittadini e residenti sulla base dell’origine etnica o dello status migratorio; e alla Libertà Personale (art. 13), dal momento che la remigrazione, intesa come espulsione o detenzione finalizzata all’allontanamento, per come viene descritta non rispetterebbe la riserva di giurisdizione, cioè non prevederebbe la convalida di un giudice per la limitazione della libertà individuale.
Anche se il testo del Comitato Remigrazione Riconquista e il Decreto Sicurezza appena approvato sono, ovviamente, due cose non comparabili sul piano giuridico, non può non colpire l’allarmante convergenza di princìpi e di intenti tra un movimento extraparlamentare di estrema destra e le attuali forze di governo. Così come preoccupa – nella contiguità temporale – il continuo innalzamento dell’asticella del dicibile e del possibile, funzionale a testare la reazione dell’opinione pubblica e a preparare il terreno a norme sempre più discriminatorie. Perché, anche se l’incentivo dei 615 euro – come detto – fosse stralciato, la discussione che ha accompagnato l’iter parlamentare ha avuto un effetto dirompente: il concetto di remigrazione emerge come se fosse un’opzione legittima per la gestione dei cosiddetti “flussi migratori”, e come se fosse quindi legittimo, per lo Stato, normalizzare politiche di ritorno su larga scala che rendano il rimpatrio più probabile e conveniente per chi lo facilita, incidendo al contempo sulla tutela legale delle persone migranti e producendo, di fatto, un diritto a doppio binario.
È questo, d’altronde, il frutto avvelenato di una campagna – ben orchestrata – che va avanti almeno da un decennio e che si è intensificata negli ultimi due anni, come ha spiegato, tra gli altri, Annalisa Camilli su “Internazionale” nel settembre scorso, e come abbiamo raccontato anche noi della Rete nel nostro webinar del 18 marzo. Una campagna che ha visto una circolazione sempre più massiccia del termine “remigrazione” non solo tra i movimenti di estrema destra (in Francia, Olanda, Belgio, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia…), ma anche nel dibattito pubblico, spesso ripreso senza adeguati filtri da parte della stampa.
Dal punto di vista linguistico, in italiano remigrazione è parola tanto più pericolosa quanto più ambigua: come ha rilevato Raffaella Settis nel suo approfondimento per l’Accademia della Crusca, etimologicamente poteva indicare semplicemente il ritorno volontario di una persona migrante nel paese d’origine, e quindi apparire come un termine puramente denotativo. Oggi, però, viene utilizzato in senso politico per evocare politiche di rimpatrio su larga scala, con connotazioni coercitive, selettive, razzializzanti. Può suonare come un tecnicismo, ma è di fatto un eufemismo per “espulsione forzata”, quando non per “espulsione forzata di massa”.
Con quest’ultimo significato, il termine entra nel linguaggio politico italiano quando esponenti della Lega, come Rossano Sasso e Alessandro Corbetta, lo utilizzano pubblicamente a partire dal gennaio 2025, passando per il “Remigration Summit” di Gallarate del maggio dello stesso anno, fino al programma elettorale del partito del generale Roberto Vannacci, che ormai rivendica la remigrazione come “proposta concreta”. Ma questo sdoganamento è l’esito di una lunga circolazione e di una progressiva affermazione transnazionale del concetto e dei suoi riscontri lessicali, che risale almeno agli anni Novanta, con il Front National in Francia, e che si consolida negli anni successivi grazie a figure come Laurent Ozon e ai leader dei movimenti identitari europei, come Geert Wilders.
Negli anni più recenti, e con grande impeto, concetto e termine sono stati rilanciato da politici come Éric Zemmour – candidato alle presidenziali francesi nel 2022, con la proposta, tra l’altro, di istituire un “ministero della remigrazione” – o da ideologi come l’austriaco Martin Sellner, autore nel 2024 di un velenosissimo libro sul tema (in cui si preconizzava tra l’altro l’espulsione di massa di migliaia di persone considerate “non assimilate”) e figura che ha esercitato una forte influenza su Alternative für Deutschland, partito che nel 2025 ha inserito la ‘remigrazione’ tra i punti salienti del suo programma elettorale.
Parallelamente, il concetto si è saldato alla teoria complottista della “grande sostituzione”, formulata da Renaud Camus una decina di anni fa, secondo cui l’immigrazione rappresenterebbe una minaccia esistenziale per le popolazioni europee, a rischio di essere “sostituite” da persone migranti extraeuropee. In questo quadro, il rimpatrio di massa – o “remigrazione” – viene presentato come una soluzione ‘necessaria’ per invertire la tendenza in atto, secondo la delirante visione dei complottisti-sovranisti.
La diffusione di termine e concetto è stata inoltre sempre più amplificata dai social network, con picchi di visibilità legati a iniziative e slogan identitari, eventi politici, reti di influencer. Il risultato è che nel 2025 “remigrazione” ha raggiunto una visibilità di massa, con centinaia di migliaia di menzioni online e un ruolo crescente nelle campagne politiche europee, nonché nel linguaggio istituzionale dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.
E siamo appunto all’oggi, alle cronache più recenti: al tentativo – finora, grazie alle opposizioni e al Capo dello Stato, non pienamente riuscito – della destra al governo di introdurre sotto traccia il concetto di remigrazione nel nostro ordinamento giuridico. Ed è qui che il piano giuridico e quello linguistico tornano a saldarsi, in modo tanto efficace quanto insidioso: nel far avanzare il concetto pur senza nominarlo esplicitamente, nel renderlo pensabile, quindi dicibile, discutibile e, alla fine, potenzialmente praticabile.
Chiamare le cose con il loro nome diventa allora per noi essenziale: “remigrazione” significa espulsioni di massa, punto. Una misura che nulla ha a che fare con la democrazia e con i diritti umani, ma che richiama piuttosto le pagine più buie del secolo scorso. Si tratta di un termine, infatti, che non solo prepara il terreno alla deumanizzazione, ma la realizza attivamente, legittimando rappresentazioni semplificate e ostili e alimentando forme sempre più diffuse di hate speech nei confronti delle persone migranti. E quando un gruppo viene sistematicamente descritto come problema, minaccia o corpo estraneo, il passaggio dalla parola alla discriminazione – e dalla discriminazione alla compressione dei diritti, e da questa all’espulsione fisica – diventa sempre più breve, fino a essere percepito come normale. Un meccanismo che Viktor Klemperer, relativamente alla Germania nazista, ci ha spiegato piuttosto bene nel suo imprescindibile libro La lingua del terzo Reich (1949).
Occorre quindi, con più determinazione che mai, denunciare e opporsi sul piano normativo e delle politiche pubbliche, e allo stesso tempo contrastare e smontare il linguaggio che rende pensabili – e quindi possibili – queste politiche. Perché è nel linguaggio, e più in generale nel discorso pubblico e politico, che si costruisce il consenso, che si sposta il confine del tollerabile, che si rende la deumanizzazione accettabile.
Tutto questo – mi verrebbe da dire – lo abbiamo visto arrivare. Ora però, avendone capito la portata e il rischio, si tratta di fermarlo, senza esitazioni.