La Mappa dell’Intolleranza 9 e le nuove dinamiche dello hate speech

da | Apr 23, 2026 | Dati, News

Mappa9

Quasi un decennio di monitoraggio, 2 milioni di contenuti analizzati, e la conclusione è sempre la stessa: l’odio online in Italia non è un fenomeno passeggero. Lo conferma la nona edizione della Mappa dell’Intolleranza, il progetto di Vox-Osservatorio Italiano sui Diritti realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e con il contributo dell’agenzia The Fool, presentata nelle scorse settimane.

Su 2 milioni di contenuti raccolti sulla piattaforma X tra gennaio e novembre 2025, il 56% è classificato come negativo. Un dato pressoché identico a quello del 2024 (57%), che conferma come il discorso d’odio si sia ormai sedimentato nel tessuto del dibattito digitale italiano.

La misoginia in apparente calo

La categoria più rappresentata resta la misoginia, con il 37% dei contenuti negativi. Un dato in apparente calo rispetto al 50% dell’anno precedente, tuttavia la ricerca mette in guardia dall’interpretarlo come un segnale positivo. Il discorso misogino non è diminuito: si è normalizzato. Gli insulti sessisti hanno perso il loro ancoraggio originario e sono diventati un repertorio offensivo generico, usato indistintamente in qualsiasi contesto e contro qualsiasi bersaglio. Quando uno stereotipo smette di essere riconoscibile come tale, non diventa meno pericoloso: diventa invisibile, e quindi più difficile da contrastare.

Un dato inedito accompagna questa riflessione: il 43% dei contenuti misogini è prodotto da account femminili, la quota più alta tra tutte le categorie monitorate. La ricerca riconduce il fenomeno al meccanismo dell’auto-oggettivazione, cioè le donne interiorizzano e riproducono gli stessi schemi di svalutazione che subiscono, e aggiunge un elemento ulteriore: i contenuti pubblicati da account femminili generano in media 7,04 interazioni, contro le 6,11 degli account maschili. Meno volume, ma maggiore capacità di diffusione.

L’antisemitismo cresce

L’antisemitismo passa dal 27% del 2024 al 29% del 2025. In un corpus cresciuto del 35%, questo si traduce in un volume assoluto di contenuti ostili sensibilmente più alto. I picchi coincidono con le fasi più acute del conflitto israelo-palestinese e con le ricorrenze simboliche quali Giornata della Memoria, Festa della Liberazione, Giornata della Nakba. Ma il dato più significativo non è quantitativo, è semantico. Come già rilevato nell’edizione precedente, la categoria più colpita non è l’ebreo in quanto tale, ma in quanto sionista ed è percepito come aggressore, invasore, genocida. L’analisi delle co-occorrenze del lemma ebreo lo conferma con chiarezza: tra i verbi associati compaiono odiare, sterminare, cacciare, ammazzare. Un lessico che non appartiene al dibattito politico, ma alla disumanizzazione.

L’odio non circola per caso

Una delle novità più rilevanti di questa edizione è l’analisi delle dinamiche di viralizzazione. I contenuti negativi non circolano per caso e l’amplificazione avviene quasi sempre attraverso gli stessi account, con pattern che non sono compatibili con una diffusione organica. Pochi nodi concentrano una quota sproporzionata delle interazioni totali, suggerendo la presenza di reti strutturate di diffusione. Lazio e Lombardia guidano la classifica della viralità, rispettivamente al 26,54% e al 21,74% dei contenuti virali geolocalizzati. Il discorso d’odio online ha dunque una regia, e capire come opera è la prossima frontiera della ricerca.

La deumanizzazione come grammatica dell’odio

Per la prima volta, questa edizione ha misurato sistematicamente le strategie con cui l’odio nega l’umanità dell’altro. Su 26.844 tweet analizzati, la deumanizzazione è presente in più di un terzo dei contenuti, rivelandosi una componente strutturale del discorso ostile. E ogni categoria ha la sua grammatica specifica. L’abilismo registra l’incidenza più alta (80,7%), dominato dalla biologizzazione: termini come cerebroleso, mongoloide, handicappato non descrivono più persone reali, sono diventati insulti generici per chiunque venga percepito come deviante dalla norma. La xenofobia si attesta al 52,5%, con l’animalizzazione che raggiunge il 71% delle occorrenze, mostrandosi coerente con una lunga letteratura sull’esclusione dello straniero come meccanismo archetipico. Per l’islamofobia emerge invece un meccanismo inedito, ovvero l’accusa di disumanizzare l’altro viene usata come presupposto retorico per disumanizzarlo a propria volta.

Quasi la metà dell’odio sfugge ai filtri automatici

Un ultimo dato merita attenzione. Analizzando le forme del discorso d’odio, la ricerca ha rilevato che quasi la metà degli stereotipi (46,68%) si esprime in modo indiretto attraverso allusioni, ironia, generalizzazioni implicite, e così riesce a sfuggire ai sistemi di moderazione automatica. Non è solo un problema tecnico, quindi, ma una questione culturale poiché l’odio che non viene rivelato è quello che più difficilmente si può contrastare.

 

Redazione

Redazione