Allo sport viene ancora affidata una promessa inclusiva: quella di essere un luogo in cui il merito, la disciplina e il talento possono superare differenze fisiche, sociali e culturali. In questo quadro, le Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 hanno assunto un rilievo che va oltre la dimensione agonistica. Non hanno infatti esaurito il loro significato nella dimensione sportiva, ma hanno anche sollevato la questione di quanto accessibilità e inclusione siano davvero praticate. La strategia ufficiale di Milano-Cortina ha richiamato esplicitamente l’obiettivo dell’«accessibilità universale», in coerenza con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità; il sito dei Giochi ha insistito inoltre sull’idea di un’eredità materiale e non solo simbolica, fatta di spazi, servizi e infrastrutture più accessibili.
Questo punto è decisivo, perché l’inclusione nello sport non coincide con la semplice presenza di atleti e atlete con disabilità in vetrine eccezionali. La posta in gioco è più ampia: riguarda il modo in cui una società organizza gli accessi e gli spazi, rimuove gli ostacoli, corregge le disuguaglianze di partenza. Quando le istituzioni olimpiche e paralimpiche parlano di eredità, stanno dicendo che lo sport può produrre effetti permanenti sulla vita quotidiana, non soltanto immagini edificanti per il periodo delle competizioni. In questa chiave, le Paralimpiadi possono funzionare come un correttivo culturale importante, contribuendo a spostare lo sguardo dalla disabilità come limite individuale alla disabilità come questione sociale, che interroga città, trasporti, scuole, impianti, lavoro e comunicazione.
E fino a qui la narrazione dell’ecosistema sportivo come arena di valori e pratiche positive. Purtroppo, però, lo sport, nello stesso momento in cui promette e pratica inclusione, continua a essere abitato da forme persistenti di odio, discriminazione e violenza simbolica. In questo diventa specchio delle gerarchie sociali: dove la società discrimina, spesso anche lo sport discrimina; dove la società polarizza, anche lo sport estremizza; dove la società pratica l’odio, anche lo sport lo fa.
I dati più recenti confermano che il problema non sta diminuendo. Nel Regno Unito, Kick It Out – organizzazione impegnata a combattere il razzismo e tutte le forme di discriminazione nel calcio – ha registrato 1.398 segnalazioni di discriminazione nella stagione 2024/25, il dato più alto mai rilevato e in crescita rispetto alle 1.332 della stagione precedente. È un numero che segnala non solo la persistenza del fenomeno, ma anche la sua diffusione a livelli diversi del sistema sportivo, dal professionismo al calcio di base. Lo stesso rapporto indica che le segnalazioni sono più che raddoppiate rispetto a quattro stagioni prima.
Questo incremento può essere letto in due modi, che non si escludono. Da una parte, può significare che gli strumenti di denuncia funzionano meglio e che c’è meno tolleranza sociale verso certi comportamenti. Dall’altra, però, suggerisce che razzismo, sessismo e altre forme di abuso restano incorporati nell’esperienza sportiva contemporanea. In altre parole: si denuncia di più, ma c’è ancora moltissimo da denunciare.
Una seconda evidenza riguarda il trasferimento dell’odio dagli spalti allo spazio digitale. Oggi il tifoso non smette di essere tale quando esce dallo stadio: continua online, spesso in forme più aggressive, anonime e seriali. La FIFA ha comunicato che il proprio Social Media Protection Service, servizio di monitoraggio lanciato per proteggere giocatori, allenatori e ufficiali di gara da abusi e minacce, nel 2025 ha segnalato alle piattaforme oltre 30.000 post offensivi. Si tratta di numeri enormi, che mostrano come l’odio nello sport non sia più soltanto un fenomeno da curva, ma un ecosistema che vive soprattutto nella comunicazione digitale.
Questa tensione tra l’aspirazione inclusiva e la realtà dei numeri si manifesta con particolare forza proprio in questi giorni, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Istituita dalle Nazioni Unite nel 1966 per il 21 marzo, questa ricorrenza è diventata il fulcro simbolico di iniziative come #KeepRacismOut, campagna della Lega Serie A realizzata in collaborazione con l’UNAR. Nonostante l’intensificazione di questi messaggi, la distanza tra i protocolli istituzionali e il comportamento reale rimane un gap da colmare.
Per citare alcuni esempi che aiutano a capire che cosa significhi concretamente l’odio nello sport, si possono ricordare alcuni casi registrati negli ultimi anni. Nell’agosto 2025 la partita di Premier League tra Liverpool e Bournemouth è stata temporaneamente fermata dopo che l’attaccante del Bournemouth Antoine Semenyo è stato bersaglio di insulti razzisti provenienti dal pubblico. Un tifoso è stato allontanato, la polizia ha aperto un’indagine e la Premier League ha ribadito la linea di tolleranza zero.
Il caso di Vinícius Júnior in Spagna resta altrettanto emblematico. Nel maggio 2025 cinque tifosi del Valladolid sono stati riconosciuti colpevoli per gli insulti razzisti rivolti al giocatore e condannati a un anno di carcere. Già nel giugno 2024 c’era stata una prima condanna storica contro alcuni tifosi del Valencia per abusi razzisti rivolti allo stesso calciatore: otto mesi di carcere che hanno segnato il primo verdetto penale di questo tipo in Spagna. Qui emerge un passaggio cruciale: il razzismo nello sport non è più soltanto una questione di etica sportiva o di sanzioni disciplinari interne, ma si è configurato come una fattispecie penale.
I numeri dell’abuso online e i casi di razzismo negli stadi qui citati ricordano che lo sport resta ancora uno dei luoghi in cui l’odio sociale si manifesta più chiaramente. Di segno opposto, eventi come le Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 cercano di mostrare che il diritto allo sport può essere esteso, reso più accessibile e pensato in forma universale. Tuttavia parlare di inclusione nello sport, oggi, non può voler dire soltanto celebrare la diversità quando produce performance eccezionali o storie esemplari. Deve voler dire anche interrogarsi su chi resta esposto all’insulto, alla marginalizzazione, alla ridicolizzazione o alla violenza verbale. In questo senso, la lotta all’abilismo, al razzismo, al sessismo e all’omotransfobia nello sport appartiene allo stesso orizzonte culturale. Non sono battaglie separate: sono modi diversi di difendere l’idea che il corpo dell’altro non possa essere degradato, gerarchizzato o trasformato in bersaglio.
Da questo punto di vista, l’inclusione non è il contrario dell’odio soltanto in senso morale, ma in senso istituzionale. L’inclusione non può ridursi a un elemento ornamentale del discorso sportivo. Dove c’è inclusione vera esistono procedure, investimenti, protezioni, formazione, sanzioni e linguaggi pubblici coerenti. Dove invece l’inclusione resta retorica, l’odio trova spazi per riprodursi: negli spalti, nei cori, nei commenti e negli algoritmi che premiano l’aggressività, riproducendo in forma spettacolare le disuguaglianze del presente. Lo sport contemporaneo vive esattamente su questa linea di frattura.
